Riconoscersi a naso

Come distinguiamo il nostro odore

di Anna D’Errico

Giornata intensa, un corri corri fino a sera quando, tornati a casa, compiamo quel gesto meraviglioso di togliere i vestiti e metterci comodi. È in quel momento, mentre ci stiamo sfilando la maglia a braccia alte e ascelle spalancate che cogliamo il nostro io più profondo. Una sola sniffata è sufficiente, ci crogioliamo giusto un attimo nel nostro odore, un ghigno a metà tra il compiaciuto e il tramortito e poi via sotto la doccia. Affascinante. Eppure che cosa sia a permetterci di distinguere il nostro odore da quello degli altri non è ancora chiaro. 

Annusa il tuo odore. Lo riconosci? (Cortesia: Anna Harris)

Gli scienziati studiano da tempo la questione e secondo i risultati di una recente ricerca pubblicata su i “Proceedings of the Royal Society B” la capacità di riconoscere il proprio odore è legata anche a quella di riconoscere il proprio complesso maggiore di istocompatibilità (MHC). Per verificarlo i ricercatori del gruppo di Thomas Boehm, del Max Planck Institute of Immunobiology and Epigenetics di Freiburg, in Germania, hanno condotto una serie di esperimenti testando la capacità di distinguere gli odori in base al fatto che questi presentino o meno una struttura simile a quella del proprio MHC.

Il complesso maggiore di istocompatibilità è una famiglia di proteine espresse da geni con un’ampia variabilità. Queste proteine sono presenti sulla superficie di tutte le cellule nucleate e permettono ai linfociti T di distinguere gli antigeni del proprio corpo da quelli estranei e, in caso, di innescare la risposta immunitaria. Il fatto che le possibili versioni dell’MHC siano numerose fa in mondo che ognuno abbia una propria “impronta” personale, variabilità che rende molto efficiente il sistema immunitario, ma che per esempio rende difficili i trapianti a causa delle note reazioni di rigetto. Questa variabilità sembra essere responsabile in parte anche della nostra impronta odorosa.

È noto che in molti animali l’MHC svolge un ruolo importante nella comunicazione chimica alla base di molti comportamenti stereotipati come l’accoppiamento. Il pesce spinarello, per esempio, sceglie come compagni riproduttivi individui con un MHC diverso dal proprio. E nell’uomo?

Diversi dati suggeriscono che anche nel nostro caso c’è una correlazione tra MHC e scelta del partner. In un esperimento degli anni Novanta, diventato famoso come “l’esperimento della maglietta sudata”, è stato preso un campione di uomini e si è chiesto loro di indossare una maglietta per due notti consecutive dopo essersi lavati con sapone senza profumo (anche le t-shirt erano non- trattate con deodoranti di alcun tipo). Le magliette sono state poi “archiviate” dagli scienziati e sottoposte a nasi femminili. Il risultato, riassumendo, è stato che le donne preferivano l’odore delle magliette indossate da uomini con un MHC molto diverso dal proprio. Tuttavia ricerche più precise per confermare questi risultati e avere una prova diretta del ruolo dell’MHC nella percezione del proprio odore nell’uomo ancora non c’erano state. Lo studio pubblicato ora dai ricercatori tedeschi va più a fondo nella faccenda. Gli scienziati hanno condotto due tipi di test in doppio cieco: un test olfattivo semplice e uno abbinato a risonanza magnetica funzionale. I ricercatori hanno dato a un campione di 22 donne due diverse “fragranze” da applicare rispettivamente sotto l’ascella destra e sinistra, dopodiché l’esperimento prevedeva che le donne facessero un’autovalutazione degli odori delle ascelle compilando un questionario in cui esprimevano le loro preferenze e quale degli odori pensassero fossero più simili a quello della propria pelle. Dai risultati è emerso che le donne, eccetto le fumatrici e quelle con raffreddore, riconoscevano come “self” l’odore composto con MHC simile al proprio, tuttavia la loro preferenza pensando a un profumo attraente o da indossare ricadeva su quello con MHC non-self. In una seconda fase sperimentale con fMRI i ricercatori hanno osservato che una soluzione odorosa con molecole MHC di tipo self attiva nei soggetti una specifica area del cervello, diversa da quella non-self.

L’ipotesi è che l’effetto discriminante non sia legato a una specifica combinazione di fattori MHC, ma semplicemente a un riconoscimento del tipo self – non-self. Resta invece ancora non chiaro quali siano i meccanismi fisiologici che consentano di discriminare il proprio MHC da quello altrui anche se questo studio rappresenta un buon punto di partenza. La questione è interessante perché permetterebbe di capire per esempio in base a quali criteri un profumo ci piace più di un altro o perché lo stesso profumo applicato su persone diverse ci dà una diversa impressione olfattiva.

Intanto noi crogioliamoci pure nel nostro profumo…

 

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