La Stuibenfall, che si trova in Austria, è la più grande cascata del Tirolo. L’acqua cade da un’altezza di 159 metri e impatta là, dove i nostri occhi la stanno osservando. Potremmo prepararci all’ascesa e raggiungere la cima della cascata. Ma, siccome siamo pigri, preferiamo dirigerci nel verso opposto e seguire il torrente che scende nella Oetztal. Prima di arrivare al paesino di Umhausen, si intravede un villaggio, Oetzi-Dorf, dalle case un po’ strane. In effetti fanno parte di una ricostruzione che mostra come se la cavavano in quelle zone gli uomini di 5.000 anni fa. Tra loro anche lui, Oetzi: l’uomo dei ghiacci. Le capanne, la piroga, il bivacco dei cacciatori, gli ornamenti, le armi rudimentali fanno rivivere momenti caratteristici del villaggio del tardo Neolitico come la cottura del pane, l’allevamento del bestiame, le riunioni accanto al fuoco, i rituali attorno ai menhir. In un video sono spiegati i sistemi che Oetzi utilizzava per accendere il fuoco, per conciare le pelli, per cucire, per costruirsi gli attrezzi. Certo era in gamba, Oetzi. Ma siamo sicuri di sapere tutto su di lui? Forse no. Perlomeno questo è quanto suggerisce una recente ricerca pubblicata su “Antiquity” a opera dell’archeologo Alessandro Vanzetti, dell’Università La Sapienza di Roma, e dei suoi colleghi.
Dimmi quello che mangi e ti dirò quale flora batterica hai: potrebbe essere sintetizzata così la recente scoperta pubblicata dai “Proceedings of the National Academy of Sciences”. Ma non solo: la presenza di certe classi di batteri proteggerebbe l’intestino da infiammazioni e patologie.
Socchiudi appena gli occhi, spalanchi le narici, lo respiri, lo annusi, ti scaldi con il suo profumo vanigliato di forno e finalmente lo assapori, ti gusti una prelibatezza di biscotto come se fossi Hänsel e Gretel davanti alla casetta di marzapane. Il sapore è delizioso. Ma come, è tutto finto? Oggi non ci si può più fidare nemmeno delle proprie papille gustative. Eppure qualcosa di interessante c’è.
“Per me l’esistenza di Dio non è un problema. Per me è un’esperienza”: ascolto questa clarissa che mi sorride al di là della grata, in un monastero francescano fra le colline umbre. La conosco da anni, ma ancora riesce a stupirmi. Non per ciò che dice, ma per il modo in cui lo dice: sereno, tranquillo. E un po’ la invidio. Solo un po’. E mi chiedo che cosa ci faccio qui.
Così la mia memoria corre verso quella mattina di giugno del 1982, quella lunga passeggiata con un amico, quella discussione sui massimi sistemi: la prima volta in cui dissi con chiarezza, a un’altra persona ma soprattutto a me stesso, “Dio non esiste”. Certo non sono diventato ateo quel giorno, perché era una convinzione che stava maturando dentro di me da tempo. E di sicuro non le era estranea la morte per tumore del più caro dei miei amici, pochi mesi prima. Tuttavia fu in quel giorno di inizio estate che per la prima volta ebbi il coraggio di fare il mio outing: “Io sono ateo”. I miei argomenti erano sia razionali sia emotivi.
Un ricercatore col boccaglio: si prepara a un’immersione? No, è in laboratorio e si avvicina a una pianta di erba medica. Poi si volta e vede arrivare… una capra. Ma che razza di esperimento è questo? Una prova di sopravvivenza. A superarla, però, non sarà il ricercatore, né la pianta, né la capra, ma alcuni piccoli ignari esserini che vivono sulle foglie della leguminosa: gli afidi.
Così piccoli e così sensibili al fiato altrui... (Cortesia: M. Becker)
Le groupie sono un fenomeno di altri ambienti. Roba da rockstar. Chi mai s’immaginerebbe di diventare oggetto di appetiti sessuali facendo… lo scrittore di fantascienza? Per di più in tarda età, ormai vecchia cariatide della science fiction, e pure (non bastasse il resto) noto per il proprio temperamento incazzoso e suscettibile. Eh? Chi mai…? Certo non Ray Bradbury. Poi, invece…
Si sa: a caval donato non si guarda in bocca. Ma se invece fosse un coccodrillo, per giunta fossile, e a regalarcelo fosse la storia della vita sul nostro pianeta, non varrebbe la pena dargli una sbirciatina tra le fauci? Sicuramente sì. Ed è quel che ha fatto Patrick O’Connor, professore di anatomia dell’Ohio University College of Osteopathic Medicine, che si è trovato di fronte a qualcosa di inaspettato.
A caccia. Come un gatto. Ma non è un gatto. (Cortesia: M. Witton/University of Porstmouth)
Correva l’anno 1903: un’epoca di grandi scoperte. La fine dell’Ottocento è un momento in cui i fisici si accorgono che ci sono moltissime radiazioni, o raggi, di cui prima nemmeno sospettavano l’esistenza: alfa, beta, gamma, radio, X… Tutti vengono sperimentati anche sulle persone e, senza saperne niente, materiali che li producono vengono inseriti in oggetti di consumo: cibi, abiti, scarpe. C’erano il sapone Radium, la farina Radium, il lucido per scarpe Radium, ma anche i digestivi e le bibite Radon. Inutile dire che tutta quella roba faceva parecchio male alla salute. Però non lo sapeva nessuno. E poi era molto trendy. Ecco, in questo bel contesto scientifico e culturale emerge la vicenda di Prosper-René Blondlot e dei suoi raggi N.
L’atomo? Scordatelo. Ma questo lo sai già: l’atomo è un modello superato da quasi un secolo. Le particelle elementari? Scordati anche quelle. D’altronde ci sono le stringhe, no? Quelle sì che sono il fondamento della realtà e… Macché. Per niente. Se Mauro D’Ariano ha ragione, il mattoncino fondamentale non è né l’atomo né la particella né la stringa. E un nuovo paradigma sta per emergere.
55 anni, una cattedra di fondamenti della meccanica quantistica e di teoria fisica dell’informazione presso l’Università di Pavia, dove coordina un gruppo di 12 ricercatori, D’Ariano ha alle spalle 270 lavori pubblicati su riviste con peer review e 150 relazioni su invito. Nel proprio passato si è occupato di un sacco di cose: fratture in materiali polimerici, meccanica statistica, ottica quantistica, fisica matematica, teoria dei gruppi, sperimentazione in risonanza magnetica, transizioni di fase, teoria dell’informazione quantistica. Adesso è approdato ai fondamenti della meccanica quantistica e alla teoria della relatività. Vediamo se anche noi riusciamo a capire qualcosa di ciò che fa.
Sembra fatto di atomi. In realtà sono tutti qubit.
Volevo cominciare questo post imitando lo stile di una sceneggiatura del film Alien. Poi, riflettendoci, mi sono resa conto che la fantasia non puo’ imitare se non maldestramente l’orrore della realta’, e mi limitero’ quindi alla cruda esposizione dei fatti.
Che cosa c’è in fondo alla materia? Gli atomi? Sbagliato: gli atomi non sono la struttura più fondamentale. E questo già si sapeva: gli atomi sono composti di particelle. Protoni, neutroni, elettroni… e loro a propria volta sono composti di quark. Allora in fondo alla materia ci sono quark? Sono i quark la struttura ultima? Sbagliato. Forse sono le stringhe, come pensano moltissimi… anzi probabilmente la maggioranza dei fisici teorici. O forse no. Forse la più fondamentale della strutture non è neppure di materia, ma è di… informazione! E’ il qubit, il quanto elementare di informazione. Se questo è vero, allora noi viviamo dentro un’immensa simulazione indistinguibile dalla realtà. Proprio come Matrix. E’ un problema? No, chissenefrega: la fisica non si occupa di metafisica. E domani alle 17 e 15 ce lo faremo raccontare da un fisico teorico che su queste cose sta lavorando.
Dopo aver gettato uno sguardo nel futuro, per la rubrica “Pattume” ci occuperemo pure del passato. Di più di un secolo fa, per la precisione. E parleremo dei raggi N. Mai sentiti? Non c’è da stupirsi. Infatti i raggi N non esistono. Perché allora ne parliamo? Perché sono un bell’esempio della facilità con cui anche scienziati famosi possono prendere delle cantonate colossali, essere poi sputtanati e comunque continuare a crederci fino all’ultimo giorno di vita.
Da ultimo ancora un mostriciattolo, uno di quelli che piacciono tanto a Tupaia, la nostra biologa di fiducia. Un vero e proprio Alien, ma innocuo per noi. In compenso, però, micidiale per i granchi.
C’è qualcosa che dovrebbe restare fuori dal dibattito politico e dal pregiudizio ideologico o religioso: la scienza. Non le sue applicazioni tecnologiche, alle quali com’è ovvio devono poter essere posti dei limiti. Ma le verità scientifiche, sempre provvisoriamente non false e quindi rivedibili, emendabili, correggibili, sostituibili. Che quindi dovrebbero essere giudicate solo sulla base delle evidenze sperimentali e non delle ideologie o delle fedi religiose. Invece no: qualcuno pretende sempre di dire che cosa è o non è accettabile perché compatibile o meno con qualche premessa a priori, di solito estratta da un corpus di dogmi o da una Sacra Scrittura. Il caso più noto è la teoria dell’evoluzione, respinta dai fanatici religiosi (cristiani ma non solo: anche il mondo musulmano non scherza) e, a suo tempo, anche dai marxisti ortodossi seguaci di Lysenko. E vabbe’: si sa, l’evoluzione riguarda la vita, noi siamo vivi, quindi l’evoluzione ci tocca direttamente, intimamente, e sentirti dire che tu, figlio di Dio e supremo prodotto della Sua creazione, sei parente alla lontana di un gibbone o di una spugna può anche non farti piacere, perciò ti vien voglia di dire “Son tutte balle, io credo nella Bibbia”. Ma che c’entra la teoria della relatività?
Per riuscire a toccare le cime più alte di solito che fai? A parte farlo fare a gli altri, ti arrampichi. Sudi, ti allunghi, guardi intorno se c’è un appiglio, un “apriti Sesamo” che ti farà scoprire una nuova via per andare ancora più su. Immagina se invece ti bastasse un tuffo in acqua. Ecco, magari non proprio un tuffetto: immagina di scendere per centinaia di metri sotto la superficie del mare e di trovarti magicamente sul cocuzzolo di una montagna. Anzi, meglio, di un vulcano. Ora, siccome l’impresa è impegnativa e tu sei un po’ pigro, immagina di mandarci un robot, un aggeggio supertecnologico che ti invia in tempo reale immagini e filmati dagli angoli più nascosti degli abissi e che tu guidi tramite un sistema satellitare. E adesso smetti di fantasticare, perché sta già succedendo.
Cominciamo col dire che san Lorenzo non c’entra. Non più almeno. Di mezzo c’è ancora la precessione degli equinozi: lo stesso simpatico fenomeno che ha già fregato gli astrologi. Sicché il picco nella frequenza meteorica oraria non è più nella notte del 10 agosto ma qualche giorno dopo. Quest’anno, secondo l’International Meteor Organization, sarà fra l’1 e 30 e le 4 della notte fra il 12 e il 13 agosto.
Tea = tè, shirt = camicia. Ma che cos’è? Una lezione di inglese? Macché inglese: non dobbiamo mica andare in Inghilterra per incontrare Xavier Caubit e i suoi colleghi, dato che loro si trovano in Francia, al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) di Marsiglia, da dove ci danno sì una lezione. Di genetica però. Infatti hanno scoperto che Teashirt 3 (Tshz 3) è un gene coinvolto nell’affascinante meccanismo che permette a un cucciolo di mammifero appena nato di respirare per la prima volta.
E’ stupefacente come i giornalisti siano superficiali e capaci di andare in brodo di giuggiole per delle solenni cretinate. Per esempio, basta che qualche gingillo tecnologico assomigli anche solo vagamente a qualcos’altro già visto in un film di fantascienza, e subito loro son lì a gridare trionfanti: “Ci siamo! Il futuro è arrivato!”. L’ultima pensata è l’interfaccia manuale, presentata in un articolo di OggiScienza. E’ simile a quella vista in Minority Report: tu stai lì e agiti le mani mentre il computer riconosce i tuoi gesti e sposta gli oggetti in un ambiente virtuale. Anzi, l’interfaccia di Georg Hackenberg, del Fraunhofer Institute for Applied Information Technology, è pure meglio di quella del film: niente guanti e l’ambiente è tridimensionale. Wow!
Galeoni, bende sugli occhi, spade e arrembaggi. Ah, no? Ops… si tratta di primati, non di pirati. Ma allora, se quel teschio non è quello della Jolly Roger, da dove sbuca? Dicono che sarebbe stato recuperato in una grotta sommersa, proprio come un antico tesoro nascosto. E di tesoro in effetti si tratta, almeno secondo Ross MacPhee, dell’American Museum of Natural History di New York, che definisce la scoperta molto importante, tanto da fargli cambiare una certa sua ipotesi. Ma procediamo con calma.
Una scimmia cappuccina del Costa Rica. Giusto per farsi un'idea dei primati americani. (Cortesia: D.M. Jensen)
Invece che “grande tinamo” quest’uccello dovrebbe chiamarsi “grande stupido”. Almeno è quel che viene da pensare a prima vista. Infatti il Tinamus major, che vive nelle foreste del Costa Rica, fa una cosa molto strana: depone uova color turchese. E non solo turchesi, ma pure belle sgargianti. Tra i colori scuri del sottobosco è come se appendesse un manifesto che dicesse agli animali saccheggiatori di nidi: “Ehi, sveglia, qui c’è qualcosa di gustoso per voi”. E c’è di più: le uova sono anche praticamente servite in tavola. Nel senso che non sono nascoste, non sono protette da nidi, non si trovano sui rami alti lontani dal suolo. Sono semplicemente lì a terra, adagiate sulle foglie, talvolta tra le grosse radici di un albero.
Un genio oppure un idiota? (Cortesia: Patrick Coin)
Il cacciatore lo sa: riprodurre il verso dell’animale è un buon sistema per far sì che la preda si avvicini. Intelligente strategia, soprattutto quando a metterla in pratica è un bel gattone dell’America del Sud: il margay (Leopardus wiedii). E’ un felino slanciato, dal mantello chiazzato e con una grande abilità da acrobata, talmente adattato alla vita sugli alberi che, osservando i suoi spostamenti da un ramo all’altro, sembra di vedere una scimmia.
Gli scienziati sono persone come le altre. Anche fra loro c’è gente che apprezza i tatuaggi. Così troverai formule, disegni, schemi e diagrammi indelebili impressi sulla pelle umana. Carl Zimmer ne ha raccolti centinaia nel Science Tattoo Emporium.
Permetterà di capire che cosa accadde fra 35 e 23 milioni di anni fa
di Chiara Mancini
Passeggiava su un altopiano color ruggine proprio sopra la Mecca, in Arabia Saudita. Era in cerca di fossili e, per la precisione, puntava a quelli di antiche balene. Infatti Iyad Zalmout, paleontologo dell’Università del Michigan, era convinto che un tempo lì ci fosse il mare. Pensava che in quelle rocce si nascondessero fossili risalenti al Cretaceo (periodo compreso tra 145 e 65 milioni di anni fa) e dunque non si sarebbe meravigliato nel trovarci pure qualche scheletro di dinosauro.
La prima volta che ho letto di questo pesce ero alle scuole elementari e leggevo un resoconto dei viaggi esplorativi in Sud America di Sir Francis Drake, più noto ai più per essere l’amante della regina Elisabetta I che un esploratore e un corsaro, per la verità. Comunque sia mi impressionò moltissimo, ed è rimasta per me una storia più da incubo notturno che da zoologia, forse anche a causa della giovane età, ma non solo. Se siete impressionabili, non andate avanti nella lettura!
Clerici vagantes, li chiamavano nel Medioevo: studenti in migrazione da un’università all’altra alla ricerca del professore più famoso, del maestro più autorevole, delle opere più rare e preziose. Nomadi della conoscenza. Finita quell’epoca remota, è poi invalsa l’abitudine di restare legati a un’unica sede universitaria, sia per lo studio sia per la carriera accademica. A partire dal secondo Dopoguerra, i giovani studiosi sembrano tuttavia costretti a riprendere quell’antica abitudine: ti diplomi qui, il dottorato lo fai là, il post doc altrove… Poi ti sposti ancora e ancora di sede in sede, cercando nuove borse: un paio d’anni in Danimarca, tre in Giappone, ancora due negli Stati Uniti… Stimolante, ma alla lunga fiaccante. Perché lascia in sospeso affetti e legami. E anche perché impedisce di programmare la propria vita con un minimo di sicurezza: una famiglia, dei figli, l’acquisto di una casa…
Ne abbiamo parlato con un giovane fisico ticinese, fresco di dottorato: Gionata Luisoni. Che si trova proprio in mezzo al guado.
“Mefistofelico”, lo hanno definito. In effetti, con quel pizzetto e l’occhio malizioso, a ben guardare… D’altronde non c’è da stupirsi se l’hanno associato a una figura diabolica: Luigi Garlaschelli ai preti proprio non va a genio. Fin dai primi Anni Novanta, quando realizzò una copia del sangue di san Gennaro. Uguale uguale, proprio. Bastava agitarlo per vederlo passare dallo stato solido a quello liquido. Ma di miracolo nemmeno l’ombra. Il segreto sta nella tissotropia: l’energia meccanica delle scosse rompe i legami di questa specie di gelatina e fa cambiare stato alla sostanza. Facile immaginare la poca simpatia riscossa da Garlaschelli nella Curia napoletana e, per estensione, in tutta la Chiesa cattolica. Ma non di solo san Gennaro vive Garlaschelli. Che ha fabbricato anche una Madonna piangente sangue. E più di recente ha prodotto pure una copia della Sindone: argomento adesso di grande attualità, alla luce della recente ostensione torinese a beneficio dei fedeli. Abbiamo incontrato il mefistofelico personaggio per farci raccontare la storia della sua passione per questo strano lenzuolo.
Quarta puntata di Quarantadue radiofonico: in onda domani su Rete Tre dalle 17 e 15.
Parleremo ancora di religione, ma senza occuparci di massimi sistemi. Stavolta ci concentreremo invece su qualcosa che può essere studiato scientificamente: una reliquia. La Sindone di Torino, per la precisione. Che poi vera e propria reliquia non è, perché la stessa Chiesa Cattolica non la riconosce come tale. E, per di più, c’è chi sostiene di poterla riprodurre. Noi lo abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare come ha fatto.
Abbiamo anche incontrato un uomo in fuga. Per la verità, non proprio in fuga. Diciamo un uomo con le valigie in mano. Un giovane fisico ticinese che sta per partire per l’Inghilterra, dove trascorrerà un periodo di post doc. Tutto normale. Ma che ne sarà di lui dopo? Potrà tornare in Svizzera e continuare a fare lo scienziato? Oppure parteciperà alla fuga dei cervelli?
Infine una bestiaccia tremenda. A vederla non si direbbe: sembra un innocuo pesciolino. Ma per ascoltare il racconto di Tupaia ci vorranno nervi saldi. Perché il candirù sembra uscito da un film dell’orrore. Garantito: non farete mai più il bagno in un fiume amazzonico.
Sono costrette dal rumore di fondo di origine umana
di Chiara Mancini
A quanto pare sì: c’è chi era proprio all’ascolto e, nonostante il rumore, le ha sentite. Susan Parks, della Pennsylvania State University, assieme ai suoi colleghi ha registrato i richiami delle right whale, le balene “giuste”, e le ha sentite urlare. Le right whale non si chiamano così perché sono “ganze”, ma perché sono da sempre ritenute le più adatte ad essere cacciate. Nuotano lentamente, sono ricche di grasso e dopo la morte rimangono a galla. Così, a causa della caccia facile, sono state portate quasi all’estinzione e tuttora sono nella lista delle specie a rischio, con soli 400 esemplari allo stato naturale nel Nord dell’Atlantico.
Andiamo in Romania. Nel Nordovest della Romania. Per la precisione nella grotta di Coliboaia. Ficchiamo il naso in questi angusti spazi avvolti dall’Europa Centrale e per un istante guardiamo cavalli e orsi con gli occhi di qualche migliaio di anni fa. Mica semplice, direte. Infatti per scoprire queste pitture rupestri gli scienziati ci anno messo quasi 30 anni. Ma ne è valsa la pena.
Alcune piante sembrano andare verso questa evoluzione
di Chiara Mancini
Colore sgargiante, profumo inebriante e nettare ghiotto: stratagemmi che l’evoluzione s’è inventata per far sì che il fiore attraesse insetti impollinatori come il bombo (Bombus terrestris). Il bombo è un’ape pelosa, nera con strisce chiare, che svolazzando tra i fiori trasporta il polline e aiuta alcune piante a riprodursi, garantendo la sopravvivenza della loro specie. Purtroppo malattie, cambiamenti climatici e modifiche ambientali prodotte dall’uomo stanno riducendo in tutto il mondo il numero di questi animali. Indispettita, l’evoluzione risponde con un sonoro “Chissenefrega!”. Lei, infatti, è già pronta al contrattacco.