Potenziale terapia contro il “cattivo” Escherichia coli
di Erika Coletto
Anche il buono a volte diventa cattivo e in quanto tale arreca tanti danni. Ricordiamo tutti l’epidemia che l’anno scorso, in Germania, ha fatto circa 50 vittime. E ricordiamo pure che il killer è stato un batterio “buono” che non aveva mai dato problemi. Anzi, è sempre stato un ottimo strumento di ricerca per l’uomo: Escherichia coli.
Escherichia coli al microscopio elettronico a scansione. (Cortesia: Rocky Mountain Laboratories, NIAID, NIH)
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo appello:
Lo staff del sito Lori’s Island e del forum Lori’s Island Forum cerca collaboratori e giornalisti per articoli di zoologia e ornitologia per il giornalino online del sito e del forum “Lori’s Island Gazette”.
Cerchiamo persone appassionate soprattutto di ornitologia, in particolare di pappagalli, che siano disponibili a scrivere articoli di divulgazione scientifica gratuitamente. Gli articoli verranno poi pubblicati sul sopracitato giornalino online.
Per proporsi, per informazioni o contatti, inviate un’email a lorisisland@libero.it
Un’altra stranezza per una bestiola già strana di suo
di Giulia Ferraris
L’Heterocephalus glaber, volgarmente detta talpa senza pelo, è indubbiamente uno degli animali più particolari (e brutti) che esistano. Cugino di cavie e porcospini, questo roditore dalla lunghezza di 7-8 centimetri è originario dell’Africa Orientale e dagli studi fatti su di lui è emerso che non sviluppa il cancro, il suo nome è erroneo (ha infatti peli sulla punta alle dita che usa per spazzare il terriccio alle proprio spalle, quasi usasse una scopa) e può vivere anche per più di due decenni. E non solo: non sente il dolore.
Heterocephalus glaber, piccolo e inconsueto mammifero dell'Africa Orientale, è risultato essere immune al dolore. (Cortesia: photolibrary.com)
Ogni ricetta ha molteplici aromi, gusti e retrogusti. Tutti mescolati assieme nel piatto servito sulla tavola e pronto per essere assaporato. L’effetto di quest’assortimento, squisito o delizioso o mediocre che sia, verrà percepito solo da chi assaggerà la pietanza. O forse no? Sebastian Ahnert sostiene infatti che i vari ingredienti di una ricetta si accostano bene l’uno all’altro non solo quando contengono le stesse molecole responsabili della percezione del gusto, come si è pensato finora. Anche se questo dipende dal luogo in cui si è creata la pietanza.
Farfalle con etilpropionato, acetato di isobutile, acido 4-metilpentanoico e 1-penten-3-olo. (Cortesia: F. Wouters)
Alti livelli di glucosio nel sangue sono associati all’invecchiamento
di Cristina Spataro
“Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, tutto brillerà di più…”: così cantava Mary Poppins nel celebre film di Walt Disney. Ma quella di Mary Poppins era una favola. Ciò che la tata non sapeva è che nella realtà lo zucchero oltre alla pillola fa andare giù anche la pelle. Lo sostiene uno studio condotto dall’Università di Leiden, in Olanda, e pubblicato in un articolo sulla rivista “AGE”.
Costretto a digerire i propri muscoli per sopravvivere
di Nicoletta Schettini
L’orango del Borneo (Pongo pygmaeus) è una scimmia ominide endemica del Borneo. In natura ha una vita media tra 35 e 40 anni, in cattività può invece raggiungere i 60 anni di età.
Immagini da satellite fanno luce sulla diffusione del morbillo
di Annalisa Lembo
Osservare il cielo dalla Terra è sicuramente affascinante, ma anche guardare il nostro pianeta dallo spazio può essere sorprendente. Questo cambio di punto d’osservazione ha permesso a un gruppo di scienziati dell’Università di Princeton di capire i fenomeni che scatenano le epidemie di morbillo.
Il nostro pianeta visto da lassù. (Cortesia: NASA)
Quando pensi a un robot, come te lo immagini? Probabilmente metallico, rigido, pesante, che si muove a scatti, con ruote e ingranaggi che cigolano se non oliati. Ebbene, dimenticatelo. Perché oggi assomiglia a una stella marina.
E’ il riflesso di gocce di pioggia chiamate burgeroid
di Nicoletta Schettini
I colori dell’arcobaleno non sono un grande mistero: la luce del Sole rimbalza sulle gocce di pioggia dividendosi nei colori dello spettro elettromagnetico. Ma per spiegare come possa essere doppio è stata necessaria una simulazione al computer.
Un giorno rivoluzioneranno il mondo, ma ci vorrà ancora tempo
di Andrea Quarleri
Un reato. Un processo in tribunale. E subito un pensiero: l’accertamento della verità. Da sempre gli esseri umani sono alla ricerca di un metodo sicuro e infallibile per stabilire se una persona mente. Come conoscere la verità nell’uomo? E’ nelle sue parole? Mmm… lo sappiamo: contano le nostre azioni e i fatti. Per questo esistono le scienze forensi. Quindi dove cercare la verità, se non dove ha origine ogni atto umano? Allora entra in gioco l’esplorazione del cervello: le neuroscienze. Un autorevole gruppo di scienziati però frena gli entusiasmi, pubblicando un rapporto della Royal Society: la risoluzione di casi giudiziari con prove neuroscientifiche non è una prospettiva realizzabile nell’immediato futuro. Dovremo attendere ancora del tempo per assistere a dibattimenti processuali al riparo da menzogne, artifici, scappatoie e decisioni dubbie. La soluzione risiede nella conoscenza sempre più approfondita del rapporto tra il cervello e il comportamento, che potrebbe rifondare l’intero contesto giuridico, a partire dalle responsabilità personali dei crimini.
Neuroscienze: lavori in corso. (Cortesia: A. Quarleri)
Occupava un’intera stanza. Costruito dagli Inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale per decodificare i messaggi tedeschi, il primo computer poteva essere usato solo da pochi eletti. Nessuno allora si sarebbe immaginato di trovarlo in ogni casa. Ma oggi si va ben oltre. Possiamo dire addio ai vecchi calcolatori da scrivania, fissi o portatili. Anche il netbook, ultimo arrivato, è di dimensioni immense e ingombranti se paragonato ai nuovi apparecchi inseriti direttamente nei nostri vestiti.
Hai presente il giorno del bucato? Catini stracolmi di panni sporchi da far entrare in una lavatrice decisamente troppo piccola per la quantità di indumenti effettivi, il dosaggio di detersivo e ammorbidente e, per i più accorti, la ricerca di due prodotti con un profumo simile per non miscelare, l’attesa che la macchina faccia il suo lavoro, la stenditura e infine la stiratura. Ore e ore per poter mettere finalmente il maglioncino che tanto si abbina al jeans appena comprato. Ed ecco che arriva direttamente da “Applied Materials and Interfaces” un articolo che potrebbe rivoluzionare il caro, vecchio bucato.
Qualche ora stesi al sole e i panni si puliscono da soli. (Cortesia: Elemedia S.p.A.)
Stai visitando questo blog? Allora si sta producendo anidride carbonica. Secondo Alexander Wissner-Gross, attivista ambientale e fisico di Harvard, un sito web produce una media di circa 0,02 grammi di CO2 per ogni visita. Una produzione legata soprattutto al funzionamento dei server. E che cosa si può fare per neutralizzare queste emissioni? Piantare un albero.
Hello Darwin my old friend.
I’ve come to read from you again.
You comfort me when I grow weary
Of people saying “it’s just a theory”.
Because a theory is a system of abstractions in our finite minds
of laws behind
the things we find
with science.
And on the internet I saw
a billion people, maybe more.
People clinging to old delusions, people jumping to conclusions
People holding superstitions that are obviously quite absurd
they’d never heard
a single word
of science.
I really think a doctor knows
how a disease like cancer grows.
How did we learn that we might treat it?
How do you think one day we might beat it?
‘cos it won’t be by taking sugar pills
or standing on one leg, for hours, while eating flowers
but through the powers
of science.
If you have answers and you’re sure
they’re better than what came before
make your hypothesis and test it.
Take the results that you’ve collected.
Then you write them in a paper
and submit it for a peer review
it’s what we do to check it’s
trueeee-ly science.
And the people stood and prayed.
They said: ‘our faith can not be swayed’
They have their Views and they won’t move them.
They have their Truths and they won’t prove them.
They’ll take the words of the prophets
over fossils that were really found, beneath the ground.
They don’t like the sound
of science.
Isoniazide, cicloserina, etambutolo, rifampicina… una lista della spesa incomprensibile ai più, ma molto familiare per chi deve vedersela con una malattia allo stesso tempo temuta e sottovalutata: la tubercolosi (TBC).
L’espansione della TBC è in massiccio aumento e le terapie antibiotiche convenzionali sono spesso inefficaci per contrastare la crescita e la riproduzione del batterio implicato, il Mycobacterium tuberculosis. Ecco dunque spiegato l’interesse dei ricercatori per il modo di dividersi di questo bacillo, che ha portato a un’importante scoperta: non tutte le cellule di micobatterio sono uguali.
Mycobacterium tuberculosis, l'agente della Tubercolosi. (Cortesia: CDC/G.P. Kubica)
I controsensi del nostro cervello davanti a un po’ d’acqua calda
di Alessandro Gallo
“Ma ne sei proprio sicuro? Non è che ti sei sbagliato?”.
“Ma no, fidati, sono sicuro di quello che dico. Ci metterei la mano sul fuoco!”.
Davanti all’immagine di una mano su una fiamma chiunque potrebbe convincersi della veridicità di alcune affermazioni. Quest’antico detto potrebbe però perdere il suo significato totalizzante se solo si scoprisse che “il fuoco non scotta”. Meglio ancora: che il fuoco non è la cosa che scotta di più in assoluto. Ovviamente si pensa subito alle temperature che si raggiungono sul Sole. I più colti potrebbero citare invece l’estremo opposto: il ghiaccio secco può provocare ustioni fastidiose. Nel mezzo però ci sono temperature che, seppur innocue, possono causare sensazioni sgradevoli. L’unica cosa che provocano è, appunto, una sensazione. Nessuna ustione, puzza di peli bruciati o corse al pronto soccorso.
Torna il freddo e, con esso, l’immancabile influenza. E c’è anche chi si ostina, tremante e dolorante, a prendere la sua bella dose di antibiotici, nonostante la solita raccomandazione: non assumere questi farmaci senza prescrizione, o si rischia di selezionare ceppi batterici resistenti e pagare il nostro errore in futuro, con gli interessi. E cosa succede quando invece sono i maiali ad abusarne?
Questi simpatici maialini non sanno che potrebbero ospitare dei superbatteri. (Cortesia: Tom Hickmore)
Venere acchiappamosche, così si chiama. Come a dire bella e pericolosa o, se volete, bella con la passione degli insetti. Una passione talmente vorace che, appunto, se li mangia. E ora per i cyber-addicted la Dionaea muscipola esiste pure nella versione robotica. Altro che antizanzara e manina schiacciamosche.
Pensateci la prossima volta che volete una pianta originale... (Cortesia: JoJan)
Le piante carnivore hanno diverse caratteristiche che le rendono interessanti e tra queste vi è un sistema di trappola che permette loro di adescare gli insetti e poi intrappolarli tra le foglie per digerirli con tutta calma. In particolare la Dionaea muscipola presenta delle foglie le cui estremità si dividono in due parti, saldate lungo la nervatura centrale, che formano una struttura simile a una conchiglia aperta o a delle fauci, dipende dalla vostra fantasia. Dalla superficie interna dei due lobi sporgono peli sensori che si attivano al contatto facendo scattare la trappola: in circa 100 millisecondi i due lobi si chiudono, un po’ come quando si fa scattare una molla, e dentro chi c’è, c’è.
È un sistema estremamente raffinato e per molti aspetti molto più simile alla fisiologia dei sistemi recettoriali degli animali che a quella delle altre piante. Virtuosismo fisiologico che consente alla venere acchiappamosche di nutrirsi di piccoli insetti lasciando di stucco chi la osserva. L’idea dei ricercatori era ovviamente quella di riuscire a riprodurre questo meccanismo in un aggeggio per diverse applicazioni, e così hanno fatto.
Presso la Seoul National University, nella Corea del Sud, Seung-Won Kime i suoi colleghi hanno creato un prototipo costituito da foglie in fibra di carbonio collegate a un sensore metallico. Il sensore si attiva in seguito a stimoli come la deformazione della foglia, il calore o la corrente elettrica. In seguito a uno di questi stimoli il sensore si attiva e le foglie si chiudono immediatamente. Per sbloccarle è poi sufficiente applicare corrente al sensore. Esiste però anche un’altra versione realizzata con muscoli artificiali da Mohsen Shahinpoo e i suoi collaboratori presso la University of Maine, a Orono. In questo caso il robot mangiamosche è fatto da una membrana in polimeri collegata a elettrodi d’oro. La membrana in questo modo si muove seguendo la direzione del flusso di corrente, diciamo così, che le viene applicata. Quando la polarità cambia si inverte anche il movimento. Lo studio, pubblicato recentemente sulla rivista scientifica “Bioinspiration and Biomimetics”, potrebbe essere integrato a un altro sistema messo appunto presso il laboratorio Bristol Robotics, nel Regno Unito, in grado invece di digerirli, gli insetti. EcoBot sarebbe in grado, sfruttando una batteria, di digerire gli insetti e usare gli elettroni prodotti durante questo processo per introdurli in un circuito generando energia elettrica. A EcoBot serviva un mezzo per acchiappare i piccoli invertebrati e ora sembra arrivato. Riguardo all’efficienza del sistema, in termini di guadagno energetico, ancora non si può dire molto, bisognerà probabilmente aspettare i risultati degli studi futuri. Intanto però noi freniamo la fantasia e prima di iniziare a usare gli insetti per accendere la luce di casa proviamo a pensare se, magari, almeno ogni tanto, qualche luce non si possa tenere spenta.
Succede spesso: si cerca una cosa e se ne trova un’altra. Magari diversa, ma ugualmente utile, se non di più. Dai raggi X al Viagra, dal World Wide Web all’America, la serendipità colpisce scienza, e non solo, quando meno ce lo aspettiamo. Ultima a essere stata colpita da questo fenomeno è la biologa Shawn Noren dell’Università della California, a Santa Cruz, che ha pubblicato la scoperta sul “Journal of Experimental Biology”. Noren aveva iniziato a studiare un branco di delfini tursiopi a Dolphin Quest, nelle Hawaii, al fine di scoprire come imparano a nuotare i neonati. Seguendo il gruppo con tanto di videocamera subacquea digitale, la biologa si è accorta di come due femmine incinta nuotassero parallelamente a lei, alla stessa velocità. E non la superavano, come invece è accaduto 24 mesi dopo, quando Noren è tornata per registrare di nuovo i loro movimenti.
La chiamano anche talpa nuda africana o eterocefalo glabro e i suoi spermatozoi sono davvero lenti, come se non avessero bisogno di arrivare per primi all’ovulo. E in effetti è proprio così.
Socrate a parte, chi non ha paura delle morte? Probabilmente abbiamo sempre pensato che questa angoscia fosse un fardello peculiare dell’uomo. Ma da oggi possiamo consolarci: non siamo gli unici a provare questo sentimento. Secondo quanto afferma uno studio condotto da una ricercatrice canadese, Liana Zanette, e dai suoi colleghi dell’Università del Western Ontario anche i passeri canterini temono la morte. Non solo, secondo questa ricerca, pubblicata di recente su “Science”, questo timore porta alla nascita e alla sopravvivenza di un minor numero di passeri.
Didascalia: mamma passera impaurita. (Cortesia: Marek Allen)
Terrorizzati dall’incombenza dell’influenza intestinale? State lontani dai bimbi-porta-germi che potrebbero contagiarvi? Usate misure igieniche di ogni genere per evitare di infettarvi? Da oggi potete rilassarvi un pochino. Il temibile Norovirus ha i giorni contati. È infatti in atto la sperimentazione di un vaccino volto a prevenire il contagio dell’influenza intestinale dovuta a questo temibile agente patogeno.
Rapido, veloce e...indolore. (Cortesia: Grook Da Oger)
Quando la testa è troppo piccola per contenere il cervello
di Luca Betti
Essere piccoli può essere molto utile. Purtroppo porta con sé anche molti problemi. Uno dei più importanti è la dimensione del cervello: i neuroni non possono essere rimpiccioliti oltre un certo limite. Si può ridurre il loro numero, ma questo impedirebbe all’animale di compiere le azioni più complesse. Quando la selezione naturale ha dovuto affrontare questo problema, ha saputo trovare una via di mezzo.
Bisogna essere molto precisi per costruire una ragnatela. (Cortesia: Luc Viatour)
L’esperienza aiuta il cervello. Ma vale proprio per tutti?
di Vincenzo Romano
Un neuroscienziato sa bene che a particolari abilità corrispondono maggiori dimensioni di specifiche aree cerebrali. Lo aveva scoperto circa un decennio fa il team di Eleanor Maguire dello University College di Londra, studiando il cervello dei suoi concittadini tassisti. Nessuno però sapeva se questi più grandi volumi encefalici fossero una condizione innata o frutto dell’esperienza. Ora lo stesso gruppo di scienziati è finalmente riuscito a risolvere questo dubbio: apprendisti tassisti hanno ingrandito i propri ippocampi memorizzando il complicato schema delle strade di Londra.
Siamo guidati da un cavalluccio marino. La forma del nostro ippocampo è molto simile a quella del simpatico animaletto. (Cortesia: Laszio Seress)
“Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche, e il dolore li spinse di nuovo ad allontanarsi uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno, di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”. Parole di saggezza di Arthur Schopenhauer nei Parerga e Paralipomena (1851). Il sommo filosofo rappresentava così la sua idea di empatia tra esseri umani. E non c’è altra definizione allo stesso tempo più efficace e incantevole di questa. Però proviamo a immaginare una situazione simile, senza badare alla vena poetica. Pensiamo allora a piccoli ratti da laboratorio, d’accordo senza spine e in assenza del rigido freddo di una foresta invernale, ma ben acclimatati, seppur in una gabbia. Sarebbe possibile, in queste condizioni, assistere a fenomeni di empatia? Secondo un nuovo studio sperimentale, la risposta è sì.
Ottenute per la prima volta senza l’uso di fattori animali
di Davide Pradella
La popolarità di alcuni temi scientifici, soprattutto quando si mescolano con la politica, presenta dei picchi. Si passa tranquillamente dall’energia nucleare agli Organismi Geneticamente Modificati, dalla fecondazione assistita ai mutamenti climatici. Il prossimo, ma non nuovo, dibattito scientifico potrebbe riguardare l’utilizzo delle cellule embrionali staminali umane, per le quali l’Unione Europea ha appena aperto i rubinetti del finanziamento alla ricerca anche in un periodo di magra come quello attuale.
Cellule staminali umane. Presto anche loro diventeranno "vegetariane"? (Cortesia: Ryddragyn)
“Ecco! Ti ho beccato!”: non era difficile per Anomalocaris, un artropode primitivo, trovare le sue prede grazie alla vista formidabile, che poteva contare su 16 mila microcelle per ogni occhio composto. Un vero genio della caccia. Una ricerca pubblicata di recente sulla rivista “Nature” dimostra che quest’eccezionale capacità percettiva può essere confrontata con quella delle attuali libellule, fornendo una prova certa dell’appartenenza di questa creatura alla famiglia degli artropodi. Inoltre evidenzia che l’occhio composto di Anomalocaris si è evoluto da un esoscheletro indurito. Ma come hanno fatto gli scienziati a scoprire tutto ciò?
Ricostruzione di un Anomalocaris. (Cortesia: Nobu Tamura)
Apri la bocca e dici “Ahhh…”. E’ proprio in quel momento che migliaia di bambini e adulti temono il commento del dentista: “Mmmh… che alito pesante!”. Nonostante gli obbligatori tre lavaggi e l’uso dei collutori nei momenti di emergenza, quel fastidioso odore non se ne vuole andare. Tutta colpa dei batteri che normalmente vivono nella nostra bocca. Diventati tanto “intelligenti” da sopravvivere anche dopo l’uso di alcuni farmaci, come gli antibiotici, possono essere un problema per le relazioni sociali. Un aiuto può venire dalla scienza: gli ultimi sviluppi della genetica e della biologia molecolare hanno infatti permesso di identificare alcuni tra i tanti inquilini delle nostre bocche.
DNA colorato per identificare i batteri che abbiamo in bocca.
Avete presente Wile il coyote e Road Runner (altrimenti detti Willy e Bip bip)? Chi è cresciuto saziandosi con latte e cereali e guardando questo cartone ha sicuramente imparato che non c’è protagonista di cartone animato più sfigato di Wile. Ogni puntata era davvero una sfiga continua. Nonostante i continui e ingegnosissimi trabocchetti creati per catturare il pennuto, il povero Wile finiva per essere vittima dei suoi stessi congegni, senza mai riuscire a raggiungere il suo scopo: mangiarsi quello stramaledetto uccellaccio. Ma voi vi chiederete: che cosa c’entra questo con i microbi? Se siete sensibili, capirete la sensazione di frustrazione che affligge lo sventurato coyote alla fine di ogni puntata. Ecco come si sentono i microbiologi che devono combattere i microorganismi.