Con l’aiuto dei media, dediti più al sensazionalismo che alla scienza, e di Hollywood che sacrifica il realismo allo spettacolo, molte persone hanno una percezione distorta delle reali condizioni fisiche di una missione spaziale. Da qui nasce una serie di miti e di dubbi sulle missioni lunari Apollo avvenute fra il 1969 e il 1972. Proviamo a chiarirne alcuni.
Nell’emisfero australe, a 3.000 metri di profondità
di Marco Cagnotti
Pensi al clima e subito guardi verso l’alto. Perché il clima, tu pensi, è quello: la temperatura dell’aria circostante, il caldo estivo soffocante o il freddo inspiegabile dell’ultimo inverno (ma non c’era il riscaldamento globale?). Poi ti soffermi a riflettere un attimo e ti accorgi che no, il clima non è solo nell’aria intorno a te. Il clima è determinato anche dalle grandi masse oceaniche. Allora abbassi lo sguardo e osservi la superficie del mare. Già, il mare. Ma lo sguardo non è sceso abbastanza: ben più giù dovrebbe puntare, ben sotto la superficie. Infatti lì si gioca molto del futuro climatico del pianeta. Lo conferma una ricerca appena pubblicata da “Nature”.
Terra di santi, navigatori e poeti. Di recente terra anche di calciatori e veline: le carriere più gettonate fra i giovani, pare.
Intanto, mentre nella Penisola felice succedono queste cose, il resto del mondo va avanti. E loro lì, a parlare di calcio e di gossip. Gente astuta, davvero.
L’evoluzione è ben nota: dalla semplice passione intellettuale fino alle scoperte scientifiche. Quanti astrofili hanno seguito questo percorso? E quanti si sono fermati a metà strada? Io sono uno di questi.
Un tempo ci si affidava a danze rituali, ma oggi basta un laser. Ebbene sì, non ci serve solo per la chirurgia plastica: con il laser possiamo fare anche la pioggia. Più o meno. Infatti alcuni ricercatori dell’Università di Ginevra hanno trovato un nuovo modo per far piovere. I risultati dell’esperimento, condotto nei laboratori svizzeri e poi replicato nei cieli di Berlino, sono stati recentemente pubblicati su “Nature Photonics” e aprono un nuovo capitolo sul controllo del clima.
Gustave Caillebotte, La Place de l'Europe, temps de pluie (1877)
Le due specie oggi esistenti di solenodonti non sono imparentate con nessun animale vivente in maniera diretta ma, se proprio vogliamo trovargli dei cugini, i toporagni nostrani sono sicuramente i congiunti più prossimi, di cui è una versione gigante (è grosso come un ratto grosso o un coniglio piccolo, fino a un chilo di peso).
Ecco il nostro eroe:
Circa 35 milioni di anni fa, gli antenati del solenodonte vivevano pacificamente in Nord e Centro America, che allora era separato dal Sud America da un braccio di mare. Per via di fenomeni vulcanici si formarono delle isole che, nel loro tragitto da ovest a est, presero a bordo un po’ di fortunati solenodon andando poi ad ancorarsi nel Mar delle Antille e diventando rispettivamente Hispaniola e Cuba.
Scienza e fede: un argomento di quelli tosti. Una storia antica, fatta di incomprensioni e riavvicinamenti, di dialogo ma anche di persecuzioni (da una parte) e dileggio (dall’altra). Un bel tema, però. Stimolante. Da versarci fiumi di inchiostro. Tuttavia, se vuoi parlarne, non puoi prescindere dalla presenza del teologo.
Tocca cercare un teologo. ‘spetta che chiamo la Curia… Ma… un attimo… perché la Curia? Perché il teologo ti fa venire in mente il prete? Cos’è, una reazione pavloviana? Ma chi l’ha detto? Ma dove sta scritto? Va bene che siamo in un Paese di antica e solida tradizione cattolica, ma… diamine, all’inizio del Terzo Millennio vorremo mica fossilizzarci sempre sugli stessi discorsi, no? Toh, stavolta si fa diverso. Ci vuole un teologo… protestante. Restiamo allora nel giro della radio. Ed eccolo qua: Paolo Tognina, teologo protestante. Oggi va in onda il dibattito su scienza e fede. Vai che si comincia. E speriamo di non scannarci…
Perché mi si appiccica addosso la tenda della doccia quando apro l’acqua? Perché gli aerei volano? Domande in apparenza scollegate, in realtà unite dalla stessa legge che offre le risposte: la legge di Bernoulli, che prende il nome dallo scienziato svizzero Daniel Bernoulli, vissuto nel XVIII secolo.
Discutere con chi dice che gli sbarchi lunari furono falsificati in uno studio cinematografico è abbastanza facile quando le argomentazioni proposte riguardano presunte anomalie nelle fotografie e nelle riprese video, come abbiamo visto negli articoli precedenti: di norma bastano ragionamento e buon senso, insieme all’esperienza astronomica e fotografica dell’astrofilo, per capire dove sta l’errore del “lunacomplottista”.
Le cose cambiano quando il dibattito si sposta sulle presunte impossibilità o stranezze di natura tecnologica riguardanti le missioni Apollo. In questo caso è facile imbattersi in obiezioni che non si smontano senza una preparazione tecnica e storica accurata. Ecco quindi qualche suggerimento per rispondere alle asserzioni e ai dubbi più frequenti.
Chi siamo? Dove andiamo? Perché siamo qui? Come si può evitare che la maionese impazzisca? E Maurizio Gasparri ci è o ci fa? Sono problemi profondi, domande ineludibili con le quali ogni essere umano si confronta prima o poi. Le risposte stanno nell’esperienza religiosa (a parte la maionese e Gasparri, di cui si occupano la chimica fisica e la psichiatria), che non è (come molti pensano) propria soltanto di chi crede: tutti infatti ci chiediamo quale sia il senso della nostra vita. E questa, quale che sia la risposta, è una domanda “religiosa”. La puoi risolvere con la fede in un Dio personale o con il panteismo o con l’ateismo più puro. Ma non la puoi eludere. Tuttavia… che c’entra la religione in una trasmissione di divulgazione scientifica?
“La matematica? La fisica? Non ci ho mai capito niente”: nel Paese devastato dall’eredità del pensiero di Benedetto Croce, l’ignoranza scientifica è un vanto. E poi ti stupisci del successo delle vannemarchi? Paese di bestie umaniste, insipienti e credulone.
Per consolarci, da sempre ci siamo rivolti alla tradizione divulgativa anglosassone, orgogliosa della cultura scientifica e della razionalità. Una tradizione oggi più povera: ieri è morto Martin Gardner.
Così ce l’hanno fatta: gli scienziati del J. Craig Venter Institute hanno prodotto una forma di vita squisitamente artificiale. Adesso si spremeranno le meningi per scovare qualche preziosa applicazione pratica: produrre biocarburanti e vaccini, magari perfino estrarre l’anidride carbonica dall’atmosfera o (addirittura!) mangiare il petrolio disperso in mare (applicazione che, vedi un po’, tornerebbe utilissima proprio adesso). Ma la storia della cultura umana offre una lezione: la tecnologia, qualsiasi tecnologia, presto o tardi diventa dominio anche della produzione artistica. E la biotecnologia non fa eccezione.
Piove. E poi piove. E poi piove ancora. Ininterrottamente. Sembra non voler finire mai. Chi è stato in Asia durante la stagione dei monsoni lo sa: è un diluvio. Tanto connaturato a quelle regioni da influenzarne la cultura e la storia. Ma come? La risposta arriverà dagli alberi.
Siamo nel 2003 e sono passati più di due mesi dalla fine dell’epidemia, ma sembra che mamma scimpanzé non si rassegni al fatto che il suo piccolo sia morto. Se lo porta sulle spalle mentre si sposta da una parte all’altra della foresta di Bossou, in Guinea, come se fosse ancora vivo. Lo libera dalle mosche, se ne prende cura e non lo abbandona, permettendo agli altri membri del gruppo di toccarlo, sollevarlo, trasportarlo. Perché fa così? Che non si sia resa conto che è morto? Sembra impossibile. Eppure… non possiamo escluderlo con certezza, dal momento che quello che possiamo fare è solo osservare i comportamenti degli animali, non entrare loro nella testa e capire il perché delle loro azioni. Ma questo episodio, associato a uno più recente avvenuto nel 2008, induce qualche ricercatore a formulare nuove ipotesi e a pubblicarle su “Current Biology”.
Se ne stava lì e la fissava: Kevin Campbell, un biologo dell’Università di Manitoba, in Canada, non riusciva a distogliere lo sguardo dalla TV. Un programma su Discovery Channel stava mostrando il recupero di resti di mammut incastonati nei ghiacci e lui, specializzato nella fisiologia dei mammiferi, si chiese se questi campioni non potessero svelare qualche indizio su come funzionavano qugli antichi elefanti pelosi.
Una ricostruzione dell’antico pachiderma peloso dell’artista George Rinaldino Teichman. (Cortesia: Università di Adelaide)
Xenopus tropicalis diventa una star della ricerca genetica
di Chiara Mancini
Parenti serpenti? Alla luce dell’ultima scoperta pubblicata su “Science” sarebbe più corretto dire: parenti rane. Sì, perché un team internazionale di scienziati ha completato per la prima volta l’analisi del genoma della rana Xenopus tropicalis e ha scoperto che i geni del suo DNA sono organizzati in modo simile a quello dell’uomo e del topo.
Vi trovate in un labirinto e siete alla ricerca di alcuni oggetti nascosti. Per superare la prova dovete via via memorizzare il percorso fatto. Certo non è facile. Sapete che cosa vi conviene fare? Schiacciate un pisolino. Magari provate a continuare il test in sogno: una volta svegli tutto sarà più semplice e ricorderete meglio le cose. Gli scienziati della Harvard Medical School di Boston hanno infatti trovato un legame tra i sogni e il rafforzamento della memoria. In poche parole, sognare sembra aiutare i processi di consolidamento dei ricordi.
Il sogno del nobiluomo, di Antonio de Pereda y Salgado (1608-1678).
Sarà capitato anche a voi: non appena si sparge la voce che siete un astrofilo, salta fuori qualcuno che vi chiede se siamo davvero andati sulla Luna. E voi, da buoni samaritani, non sapete resistere alla tentazione di cercare di spiegare all’incredulo che vi assilla con le sue mille tesi fantasiose pescate acriticamente da Internet. La prossima volta dite che siete un proctologo.
Se invece decidete di rispondere alle provocazioni “lunacomplottiste”, è meglio che siate preparati con dati, cifre e spiegazioni efficaci e semplici. Questo è un piccolo vademecum per replicare alle tesi basate sulle presunte prove osservate nella documentazione video delle missioni Apollo.
Era in un tunnel. Non l’aveva mai visto prima, eppure ci era addirittura dentro e non sapeva come uscirne. L’unica cosa alla quale riusciva a pensare era fuggire. Certo, ma da che parte? Tutto era buio e tutto era scosso. Lo sapeva, l’ape, che sarebbe andata incontro alla morte, ma doveva farlo. Così punse. L’elefante barrì, perché quel tunnel era la sua proboscide. Ora sì che il pachiderma era in difficoltà: il suo organo dell’odorato, del tatto e per la presa era dolorante. Come poteva fare? D’altra parte avrebbe dovuto pensarci prima e scappare, invece di rimanere come uno stupido sotto l’albero, nonostante l’allarme. Sì, perché i suoi amici l’avevano avvisato della presenza delle api, emettendo un suono che voleva proprio dire: “Scappa, ci sono le api!” Ma lui niente. Forse non voleva allontanarsi dall’ombra, come avevano fatto tutti gli altri, ed era rimasto lì, incurante del pericolo. Gli servirà da lezione per la prossima volta. Ma a noi che importa di un elefante punto da un’ape?
Con chi starà comunicando nella savana kenyota? (Cortesia: S. Fenley)
A quanto pare, dipende da un interruttore: clic, la memoria si spegne, e clic, la memoria si accende. Forte, no? E va bene, non basta un pulsante per fargli fare clic: sarebbe troppo semplice. E’ invece un interruttore genetico scoperto da André Fischer, dell’European Neuroscience Institute di Gottinga, in Germania, e per ora è stato identificato solo nei topi.
Le lucertole dei Caraibi non sono come i fringuelli del Pacifico
di Chiara Mancini
Chiudi gli occhi e immagina di essere molto lontano da casa tua, nella bella isola di Martinica, nei Caraibi. Il cielo è limpido, il sole è caldo, la spiaggia è dorata, il vento soffia leggero e la baia si affaccia sul mare cristallino. Il tempo sembra essersi fermato. D’improvviso ti volti, vedi una lucertola e solo allora ti viene in mente l’orologio. Non il tuo, quello da polso che hai lasciato a casa, ma quello che ha usato il biologo evoluzionista Roger Thorpe, dell’Università di Bangor, in Inghilterra, per studiare le lucertole anole (Anolis roquet).
Sarà con il tipico saluto australiano “Hi mate” che gli scienziati di Cambridge, Londra e Melbourne gli avranno dato il benvenuto dopo averlo tirato fuori dalle rocce? Siamo a Dinosaur Cove, per l’appunto in Australia, e precisamente nello Stato di Vittoria, quando il fossile viene alla luce. Dinosaur Cove, un posto ricco di fascino a picco sull’oceano, significa “Baia del dinosauro”. Dunque non sembra esserci nulla di strano nell’aver recuperato un fossile di dinosauro, dato che lì se ne trovano dall’inizio del 1900. E allora dove sta la notizia?
Chi sostiene che gli sbarchi umani sulla Luna furono falsificati in qualche studio cinematografico afferma che vi sarebbero prove evidenti nelle fotografie presentate al mondo dalla NASA ormai 40 anni fa.
Molte di queste presunte prove nascono dall’ignoranza dei principi di base della fotografia e, soprattutto per gli astrofili, sono un pugno nello stomaco. Se decidete di discutere con chi presenta queste tesi, armatevi dunque di molta pazienza e di parole corte e semplici.
Sono solo tre frammenti di ossa, datati fra 38.300 e 44.400 anni fa e rinvenuti in Croazia. Erano stati spezzati per estrarne il midollo: un indizio di cannibalismo. Da questi frammenti, solo 300 milligrammi di materia organica: usando questo (modesto) materiale si è scoperta la vicinanza genetica fra gli umani moderni (alcuni, almeno) e i Neanderthal.
La ricostruzione, straordinariamente realistica, di un bambino di Neanderthal. (Cortesia: Anthropological Institute, Universität Zürich)
Quando si dice “avere la situazione sotto controllo”. Le femmine di wallaby sicuramente sanno il fatto loro e non si perdono in tante smancerie. Anzi, non solo si scelgono il maschio migliore, ma decidono anche quando far alzare il livello di testosterone del compagno. Mica male.
Circa 15 anni fa un gruppo di ricercatori, guidati dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, dell’Università di Parma, se ne stava tranquillo in laboratorio a studiare i neuroni motori nelle scimmie. Quasi per caso, il suo gruppo notò che questi neuroni si accendevano o, come si dice in gergo, “sparavano” allo stesso modo sia quando la scimmia compiva un’azione sia quando l’animale la vedeva compiere da altri. Se Rizzolatti afferrava una nocciolina, nella scimmia “sparavano” i neuroni delle aree motorie coinvolte nella stessa azione, senza che la scimmia si muovesse. Dunque si può dire che i neuroni specchio “riflettono” nel sistema nervoso l’azione che l’individuo sta vedendo. Ecco perché si chiamano così. Anche l’uomo li possiede? Per lungo tempo c’è stata incertezza. Ora la risposta arriva da Roy Mukamel e Marco Iacoboni, dell’Università della California a Los Angeles (UCLA), che hanno pubblicato la notizia su “Current Biology” dopo averli osservati davvero.
Un neonato di macaco imita un uomo che gli tira fuori la lingua. (Cortesia: Evolution of Neonatal Imitation. Gross L, PLoS Biology Vol. 4/9/2006, e311)