Se hai tanti amici potrebbe essere che tu abbia pure un cervello più grande, come un gruppo di ricercatori sostiene. Infatti Robin Dunbar, dell’Università di Oxford, in collaborazione con i colleghi delle università di Liverpool, di Manchester e di Edimburgo, ha pubblicato un articolo sui “Proceeding of the Royal Society B” nel quale si spiega come la dimensione della corteccia prefrontale sarebbe più grande in persone che hanno molti amici.
Patto d'amicizia tra "cervelloni". (Cortesia: Satbir Singh)
Secondo la definizione (tecnicamente eccellente) data da en.Wikipedia (traduzione mia),
Organismi che appartengono a differenti sottospecie della stessa specie sono capaci di riprodursi tra loro producendo progenie fertile, ma spesso non si riproducono in natura per via di isolamento geografico o di altri fattori. Le differenze tra sottospecie sono di solito meno distinte delle differenze tra specie, ma più marcate delle differenze tra stirpi o razze. Le caratteristiche attribuite alle sottospecie di solito si sono evolute in conseguenza della distribuzione geografica o dell’isolamento.
Il concetto di razza in realtà sfuma abbastanza in quello di sottospecie, ma di solito viene applicato ai prodotti della selezione artificiale delle specie domesticate (ad esempio le razze canine o feline), mentre si parla di “sottospecie” per gli animali selvatici e di “varietà” per le piante. Indicazioni di sfumature di biodiversità, insomma, che spesso geneticamente rappresentano la fissazione di alcuni alleli particolari dovuti a distanza, deriva genetica, isolamento e selezione naturale. L’isolamento in realtà non è sempre necessario, a volte le sottospecie sfumano le une nelle altre per pura distanza geografica, come accade ad esempio per le cinque sottospecie di scoiattolo grigio negli Stati Uniti.
Dalla vocalizzazione alla gestualità, le ricerche sul linguaggio cambiano traiettoria.
di Nicolás Veneri Rodríguez
Un gruppo di primatologi del Max Planck Institute di Lipsia, in Germania, in collaborazione con i ricercatori del dipartimento di psicologia evolutiva della Libera Università di Berlino, in Germania, e dell’Università di Portsmouth, in Inghilterra, ha condotto una serie di lunghi studi sperimentali sulla comunicazione gestuale all’interno di diverse specie di primati. Lo scopo della ricerca era il confronto sistematico tra forme di espressione gestuali e vocali e la loro relazione con la nascita di un linguaggio simbolico. Negli anni passati le attenzioni degli studi in questo campo sono state dedicate alla capacità di emettere suoni articolati. Una caratteristica che era considerata la base dell’origine del linguaggio. Le ultime prove, però, mostrano che tra i nostri parenti antropomorfi i repertori vocali sono poveri, poco flessibili e non convenzionali. Ecco perché le nuove ricerche hanno cambiato direzione: non è più il suono a essere studiato, ma il gesto.
Il sorriso di Pan (Pan troglodytes) (Cortesia: Richard, United States)
Vi siete mai chiesti se sareste in grado di cambiare? Non importa quando o come, sapreste cambiare anche solo un pochino il vostro modo di vedere le cose? Magari a qualcuno è anche già capitato, l’avreste mai detto? Solitamente anche se da un lato siamo abitudinari dall’altro ci piace pensare di essere flessibili, di poter dare una svolta a certi nostri assetti, fisici e mentali, in uno schiocco di dita. Alla fine, diciamocelo, in molte cose siamo piuttosto ambivalenti, e questo è anche uno dei motivi per i quali siamo spesso insoddisfatti. Il cambiamento, però, più di tutti è un tasto dolente. È dolente perché spesso collegato ai conflitti. Alla nascita di conflitti, a diversi livelli, che si tratti della lite di condominio, di micro, meso o macroconflitti, spesso vi è la difficoltà di mettersi nei panni dell’altro, ma anche di pensare che la controparte possa cambiare. Vero o no?
Sulla strada per Betlemme, sul lato palestinese, una scritta emblematica e un muro. Cambiare aiuterà ad abbatterlo?
Tendi la mano per stringere calorosamente quella del giovane collega giunto da Tokyo. Questi, per tutta risposta, braccia lungo i fianchi, si prodiga in un inchino. Resti immobile per un secondo, con il palmo aperto in attesa, e ti senti anche un po’ tonto. E nervoso. “Ma che fa?”, pensi. Oppure: “Si sarà offeso?”. Quando due culture diverse si incontrano possono nascere piccole incomprensioni, che generano confusione e irritazione. Ma anche, per fortuna, un po’ di curiosità. Curiosità che ci spinge a comprendere sempre meglio le differenze culturali e come esse si sono sviluppate.
Immaginiamo che esista il gene dell’avventura e che sia alla base di quell’istinto che ci fa abbandonare tutto e tutti per andare lontano. Perché è innegabile che Marco Polo, Cristoforo Colombo e Bruce Chatwin fossero uomini con lo spirito d’avventura realmente nel sangue. Ma attenzione: siccome tutti noi umani abbiamo gli stessi geni nel nostro DNA, a qualunque età e a qualunque etnia apparteniamo, la questione dev’essere un po’ più sottile.
Per l'avventura: vento in poppa e il gene giusto. (Cortesia: Kevin Murray)
Ma David Reed, del Museo di Storia Naturale della Florida, non ha proprio niente di meglio da fare che studiare i pidocchi? Che schifo! Che cosa mai ci troverà di così stimolante in queste insignificanti e fastidiose bestioline? Ebbene, a quanto pare Reed è in grado di scucire loro risposte sull’evoluzione umana. Aaah… allora adesso sì che la cosa si fa interessante.
Il Pediculus humanus corporis ci accompagna nell’evoluzione dai primi vestiti a oggi.
Aldo, Giovanni e Giacomo ci hanno insegnato la parola cadrega. Te lo ricordi? In Tre uomini e una gamba Aldo si finge lombardo e, per smascherarlo, i due compari gli fanno “l’inganno della cadrega“: gli chiedono di prendere l’oggetto dallo strano nome. Il malcapitato prende una mela e inizia ad assaporarla ed elogiarla, non sapendo che, in realtà, Giovanni e Giacomo gli avevano chiesto di prendere una semplice sedia.
Come il clima influì sullo sviluppo dei nostri antenati
di Aristotele Karytinos
“Eh, non ci sono più le mezze stagioni!”, dicono quelli che di primavere ne hanno viste un po’. Chissà se anche 10 mila anni fa si era soliti pronunciare questa frase? Del resto, nella storia del nostro pianeta i mutamenti del clima sono stati molto profondi e hanno influenzato interi ecosistemi. E l’uomo come è stato influenzato dal clima? Per rispondere a quest’interrogativo, gli studiosi hanno puntato i riflettori sulle antiche popolazioni del Nordamerica.
Ogni anno gli Americani festeggiano due volte la scoperta del Nuovo Mondo. Infatti gli italoamericani ricordano l’esploratore genovese Cristoforo Colombo partecipando al Columbus Day, mentre i filoscandinavi celebrano l’esploratore islandese Leif Ericson nella giornata del 9 ottobre. A chi dare ragione? L’ultima analisi sul patrimonio genetico islandese è descritta in un articolo pubblicato sull’“American Journal of Physical Anthropology” e sembra confermare che furono proprio i Vichinghi, popolo di guerrieri e fieri navigatori di origini scandinave, a raggiungere Terranova, in Canada, diversi secoli prima di Cristoforo Colombo. D’altronde le scorribande dei Vichinghi in Europa e sulle coste nordamericane sono tramandate anche dalla saga di Eric il Rosso, rissoso padre del più famoso Leif, e da altre saghe nordiche spesso considerate leggendarie. E poi non dimentichiamo le testimonianze delle numerose pietre runiche.
Forse arrivò a bordo di una nave come questa? (Cortesia: Karamell)
Alberi linguistici spiegano la complessità sociopolitica
di Roberto Insolia
Già agli inizi del Settecento il filosofo napoletano Giambattista Vico parlava dei “corsi e ricorsi della storia”. Si riferiva ai tentativi dell’uomo di migliorare la propria condizione e la società in cui viveva. Più di una volta l’uomo ci è riuscito, ma allo stesso modo è capitato che fallisse e quindi che si tornasse indietro.
"La Torre di Babele" simboleggia l'umanità divisa da una moltitudine di lingue (Pieter Bruegel il Vecchio, 1563).
In una calda notte d’estate di qualche anno fa Luigi Garlaschelli e Massimo Polidoro si aggiravano con fare sospetto davanti al Cimitero Maggiore di Pavia. A un certo punto si decisero a entrare, dato che avevano le chiavi ed erano lì con uno scopo preciso. L’atmosfera era inquietante, ma loro, tutto sommato tranquilli, si appostarono in un punto dal quale sarebbe stato facile vederli. Si sistemarono proprio accanto al campo di sepoltura più recente, dove la decomposizione dei cadaveri li avrebbe prodotti. Ma che cosa cercavano Luigi e Massimo? I fantasmi?
Lucy aveva il suo macellaio di fiducia, altro che bacche e verdurine. Con utensili in pietra tagliava la carne e spolpava le ossa. Sorprendente, dal momento che si tratta di un Australopithecus afarensis, un ominide che aveva più tratti in comune con le scimmie che con l’uomo e che i ricercatori credevano avesse un’alimentazione prevalentemente vegetariana. Ma questa non è l’unica sorpresa: il fatto cruciale è che alla luce delle recenti scoperte un pezzo della nostra storia va riscritta.
Ossa incise da utensili per tagliare la carne. (Cortesia: Dikika Research Project)
Andiamo in Romania. Nel Nordovest della Romania. Per la precisione nella grotta di Coliboaia. Ficchiamo il naso in questi angusti spazi avvolti dall’Europa Centrale e per un istante guardiamo cavalli e orsi con gli occhi di qualche migliaio di anni fa. Mica semplice, direte. Infatti per scoprire queste pitture rupestri gli scienziati ci anno messo quasi 30 anni. Ma ne è valsa la pena.
Si fa presto a dire “6 miliardi”. Messo così, è un numero astratto. Che ti dice? Niente. Una massa informe.
Ma ciascuno è una faccia, una storia, un dramma. Non uguale al tuo, certo. Ma dal suo punto di vista, al centro del suo universo, ugualmente importante.