Elettroshock e depressione

Il misterioso bersaglio della tecnica elettroconvulsivante

di Erika Coletto

Un passaggio di corrente elettrica attraverso il cervello: l’elettroshock. Tecnica applicata per la prima volta all’inizio del secolo scorso e ancora oggi largamente dibattuta. Tanto misteriosa, quanto affascinante. Si può ricordare come nel famoso film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, lo scatenato Patrick McMurphy, interpretato da un capacissimo Jack Nicholson, subisse ripetuti elettroshock al punto da diventare mansueto come un agnellino. Ma come agisca la terapia elettroconvulsivante ancora non si sa. Fortunatamente il suo utilizzo è oggi impiegato solo nella cura delle depressioni croniche, o di pazienti con inclinazioni suicidarie: soggetti che in linea di massima non rispondono alla terapia farmacologica.

 

Il cervello. Ci saranno dentro "fili ingarbugliati" da districare?

L’elettroshock presenta effetti collaterali non irrilevanti, come perdita di memoria e incapacità nella formazione di nuovi ricordi. Questa evidenza si è mostrata importante nel porre limiti al suo utilizzo. D’altra parte si parla di scosse elettriche al cervello, e in questa misura bisogna avere un certo grado di accortezza e capire bene che cosa si va a riparare e che cosa si va a danneggiare.

Di recente è stato pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences“ un interessante lavoro circa l’utilizzo della tecnica elettroconvulsivante (ECT) su pazienti depressi. Il neuroscienziato Christian Schwarzbauer, dell’Università di Aberdeen, in Scozia, sostiene che la depressione sia causata da una condizione di iperattività cerebrale. Che cosa vuol dire questo? L’iperattività si traduce in una concentrazione di pensieri, di emozioni. Il cervello del soggetto depresso è a tal punto coinvolto in faccende interne, che non riesce a occuparsi di ciò che succede al di fuori. Una scatola, con spesse pareti, ricca di colorati fili ingrovigliati. Quanto può essere complicato trovare il punto nodale che permette di sciogliere la matassa. Bene, l’elettricità fornita al cervello con l’elettroshock funziona come una vera e propria forbice. Disgrega il groviglio di fili, ma non si sa da quale punto inizi a operare.

Nel 2010, Yvette Sheline, psichiatra alla Washington University School of Medicine di St.Louis, nel Missouri, ha avanzato l’ipotesi che esista nei cervelli depressi un punto cruciale dove convergono questi fitti percorsi cerebrali. Si tratta della corteccia dorsale prefrontale mediale. Questa zona, dunque, potrebbe rappresentare il bersaglio dell’elettroshock? Per avvalorare l’ipotesi è stato necessario condurre degli esperimenti. Lo psichiatra Ian Reid, insieme a Christian Schwarzbauer, ha eseguito analisi con risonanza magnetica funzionale (fMRI) su nove pazienti depressi, prima e dopo l’applicazione dell’elettroschock. Esaminando l’attività cerebrale totale e in particolare il livello di ossigenazione del sangue, quello che si è evinto è stata una diminuzione di connettività a livello della corteccia dorsale prefrontale mediale in seguito al passaggio di corrente. Il risultato è stato un miglioramento dei sintomi nei pazienti depressi.

Ed ecco che si è scoperto quale potrebbe essere il sito d’azione dell’elettroschock nella cura della depressione. Ma è chiaro che i risultati di questi studi, in chiave assolutamente preliminare, necessitano di ulteriori approfondimenti.

Ancora una volta si è dinanzi al delicato equilibrio che governa il nostro cervello. Rendiamoci più capaci di tessere linearmente i fili dei nostri pensieri, senza permettere loro di intrecciarsi e di precipitare in un’inestricabile matassa.

 

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