Cara Shiga, il manganese ti aspetta al varco

Potenziale terapia contro il “cattivo” Escherichia coli

di Erika Coletto

Anche il buono a volte diventa cattivo e in quanto tale arreca tanti danni. Ricordiamo tutti l’epidemia che l’anno scorso, in Germania, ha fatto circa 50 vittime. E ricordiamo pure che il killer è stato un batterio “buono” che non aveva mai dato problemi. Anzi, è sempre stato un ottimo strumento di ricerca per l’uomo: Escherichia coli.

Escherichia coli al microscopio elettronico a scansione. (Cortesia: Rocky Mountain Laboratories, NIAID, NIH)

 

Escherichia coli vive nell’intestino umano e collabora al suo corretto funzionamento, ma non è sempre così. Esiste un ceppo che produce una tossina letale che nel giro di qualche giorno porta alla morte. Ora, però, questa infausta conseguenza potrebbe diventare solo un ricordo e la tossina potrebbe avere le ore contate. Infatti un lavoro pubblicato su “Science”, condotto dal biologo molecolare Adam Linstedt della Carnegie Mellon University, a Pittsburgh, in Pennsylvania, e dal ricercatore Somshuvra Mukhopadhyay, potrebbe fornire una soluzione al problema. In base a questo studio il trattamento con il manganese pare essere una possibile strada. Tanti ricercatori si sono dibattuti nella comprensione di questa epidemia. Sono riusciti a individuarne la causa, ma non la terapia. Perché non è il batterio in quanto tale a creare l’infezione, ma una tossina che lui produce: Shiga, particolarmente resistente a qualsiasi forma di trattamento.

Ma come si contrae l’infezione? Attraverso ciò che è essenziale per la sopravvivenza: cibo e acqua. Una volta nel nostro organismo, il batterio libera l’esotossina e nel giro di 3 giorni si hanno le manifestazioni del contagio: vomito, diarrea con sangue e l’intero apparato gastrointestinale bersagliato. Ma non solo. Si presenta infatti anche una grave insufficienza renale. Il trattamento con antibiotici si è rivelato fallimentare. Pare che questi non facciano altro che rinvigorire Escherichia c. E allora l’unico metodo rimane quello di contrastare l’eccessiva perdita di liquidi causati dal vomito e dalla diarrea.

Ma come diavolo fa Shiga a scatenare tutto questo disordine? Riesce a eludere il sistema immunitario dell’uomo. Si annida all’interno della cellula, raggiunge l’apparato del Golgi e infine blocca la sintesi delle proteine. Tutto questo si traduce nella morte della cellula, perlopiù in apoptosi. Ottima strategia, ma forse la tossina ha trascurato un piccolo particolare. Per arrivare all’apparato del Golgi, Shiga sfrutta una proteina che fa da trasportatore. Va e viene dal Golgi ed è la proteina GPP130. Quello che hanno scoperto Linstedt e Mukhopadhyay è stato sorprendente: trattando le cellule con manganese, la tossina veniva distrutta. Il manganese va a colpire e distruggere il sistema di trasporto di Shiga. Quest’ultima, allora, non sa più come muoversi. E va dritta nella “spazzatura” della cellula, i lisosomi.

Risolto il problema? Era dunque così semplice? Le controversie e gli studi da effettuare sono ancora tanti. D’altra parte la validità del manganese è stata osservata su cellule in vitro. E anche sui topi, dove il manganese ha dimostrato di essere un ottimo agente protettivo dalla temibile tossina. Infatti se il topo veniva trattato con manganese 5 giorni prima del contatto con la tossina, sopravviveva.

Non si può dire certo di avere scoperto la cura di questo grave contagio, ma all’orizzonte qualcosa di promettente si intravede. Nel frattempo speriamo che il nefasto ceppo se ne stia alla larga dall’acqua che beviamo, così che il comune modo di dire “Ho una sete da morire” rimanga davvero tale.

 

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