Le talpe pelate non soffrono

Un’altra stranezza per una bestiola già strana di suo

di Giulia Ferraris

L’Heterocephalus glaber, volgarmente detta talpa senza pelo, è indubbiamente uno degli animali più particolari (e brutti) che esistano. Cugino di cavie e porcospini, questo roditore dalla lunghezza di 7-8 centimetri è originario dell’Africa Orientale e dagli studi fatti su di lui è emerso che non sviluppa il cancro, il suo nome è erroneo (ha infatti peli sulla punta alle dita che usa per spazzare il terriccio alle proprio spalle, quasi usasse una scopa) e può vivere anche per più di due decenni. E non solo: non sente il dolore.

Heterocephalus glaber, piccolo e inconsueto mammifero dell'Africa Orientale, è risultato essere immune al dolore. (Cortesia: photolibrary.com)

Questi roditori sono i soli mammiferi a vivere in colonie organizzate, tipo quelle delle api. Proprio come fra gli insetti, c’è una sola femmina che si riproduce, servita da un harem di tre maschi e supportata da ben 300 “operai” e “soldati”, che si dividono i compiti tra loro: scavare le gallerie, badare ai piccoli, trovare da mangiare, difendere la colonia. Come nelle altre specie di mammiferi, i neonati sono allattati dalla madre. La regina partorisce tra 20 e 30 cuccioli per volta, ma ha solo 12 mammelle: un’imperfezione naturale unica tra i mammiferi.

E quindi sì, in linea generale possiamo dire che questi piccoli mammiferi sono animali del tutto particolari. E lo sono anche di più se si pensa alla scoperta del neuroscienziato Ewan Smith, del Centro Max Delbrück per la medicina molecolare, in Germania. Smith ha infatti notato come i mammiferi non avessero reazioni mentre i ricercatori iniettavano loro dell’acido in una zampa. Incuriosito, ha iniziato una serie di analisi sui neuroni delle talpe trovando però i recettori del dolore del tutto nella norma. A questo punto, ha dirottato le ricerche concentrandosi sui canali che dirigono il flusso di sodio attraverso la membrana cellulare. I ricercatori hanno quindi scoperto una mutazione in un canale del sodio (il NaV1.7), per cui questo rimane bloccato più facilmente rispetto alle altre specie, impedendo così all’eccitazione provocata dal dolore di essere propagata attraverso il neurone che dovrebbe inviare un segnale di sofferenza al cervello.

Questa rivoluzionaria scoperta, pubblicata in un articolo su “Science”, apre la via a nuovi studi sul canale del sodio che forse, un giorno, porteranno avanti le ricerche sulla cura per la eritromelalgia e sui possibili usi che potrà avere in varie terapie del dolore.

 

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