Terapia del Parkinson: forse una svolta?

Il controllo della mente come alternativa alla terapia farmacologica

di Elena Prada

In un recente studio pubblicato sul “Journal of Neuroscience” è spiegato come il controllo della mente possa permettere di migliorare i sintomi associati al movimento dei pazienti affetti dal morbo di Parkinson.

Un malato di Parkinson scrive così. La nuova tecnica potrebbe aiutare a migliorare il movimento.

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa che è stata descritta per la prima volta nel 1817 da James Parkinson nel Trattato sulla paralisi agitante. E’ dovuta alla degenerazione progressiva di alcune strutture del sistema nervoso centrale deputate al controllo del movimento. Il ruolo di protagonista in queste zone del cervello spetta alla dopamina, un neurotrasmettitore il cui deficit provoca la morte di un particolare tipo di neuroni, detti dopaminergici. Sono in corso da molti anni numerosi studi per capire perché abbia inizio la degenerazione, ma finora non sono ancora state chiarite le cause molecolari dell’insorgenza della malattia. Quindi le terapie sono soprattutto di tipo sintomatico.

I pazienti affetti da Parkinson presentano una gran varietà di sintomi che, a seconda dei casi, possono essere più o meno predominanti. Per esempio possono manifestarsi movimenti lenti (bradicinesia), rigidità e tremore. Purtroppo i farmaci utilizzati comportano l’insorgenza di numerosi effetti collaterali, come disturbi del comportamento, e per questo motivo non sono bene accettati dai pazienti. Ecco perché la ricerca si spinge verso cure alternative che possano migliorare i sintomi e allo stesso tempo permettere una buona qualità della vita dei pazienti. Ed è esattamente questo che propone la scoperta del gruppo del Professor David Linden, della Università di Cardiff, in Galles, suscitando un certo interesse.

Linden si è detto: “Se stimolare il cervello del paziente con degli elettrodi migliora i sintomi, anche allenarlo ad autoregolarsi potrebbe funzionare”. In questo progetto è stato valutato un campione di dieci persone affette da morbo di Parkinson. E’ stato chiesto loro di pensare al movimento e a cinque di loro è stato dato un neurofeedback in tempo reale che mostrava come si attivasse l’area del cervello che controlla il movimento in relazione al loro pensiero. A ciascun membro del gruppo è stato chiesto infine di continuare l’esercizio del pensiero nel proprio quotidiano. Dopo due mesi di terapia i problemi di motilità erano migliorati nel 37 per cento dei casi che avevano ricevuto il neurofeedback. Linden spiega che “l’invio di segnali ad aree cerebrali normalmente prive di input permette di rimodellare la rete nervosa” e questo fa sì che i pazienti migliorino i loro problemi motori.

Ovviamente nella comunità scientifica questo studio è oggetto di discussione: Roger Barker, un neuroscienziato dell’Università di Cambridge, fa notare che il trattamento potrebbe non essere utile in tutti i casi di Parkinson, essendo questa una patologia molto complessa e con diversi stadi di avanzamento. Concorda però sul fatto che la tecnica di Linden potrebbe essere una valida alternativa alla terapia farmacologica, soprattutto per i pazienti più giovani.

Il controllo della mente sarà davvero il futuro della terapia di questa misteriosa quanto complessa malattia? I dubbi sono davvero tanti, ma è necessario esplorare, cercare, studiare e scoprire nuove frontiere che permettano ai malati di Parkinson di migliorare la qualità della vita.

Categoria: Novae | Tags: Commenti disabilitati

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