La storia dalle piante

Grazie alla dendrocronologia

di Marco Cagnotti

Quest’intervista è disponibile in versione
ridotta anche nel podcast
di Quarantadue

Quanti anni ha una pianta? Facile: la tagli e poi conti gli anelli concentrici, sapendo che c’è n’è uno per ogni anno. Dopodiché ti sei tolto la soddisfazione, hai acquisito un’informazione tutto sommato poco importante e la pianta è morta. Ma la scienza non si fa così. Anzitutto dagli anelli di accrescimento si possono ricavare molte più informazioni che non solo la semplice età. E poi non è nemmeno necessario uccidere la pianta: basta estrarne una carota.

Per saperne di più, ci siamo rivolti a Mark Bertogliati, un giovane ricercatore dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL, acronimo che sta per Wald, Schnee und Landschaft), che si è specializzato in dendrocronologia. Un ingegnere forestale, quindi. Ma anche uno storico. Insomma, un topo il cui laboratorio è il bosco ma anche l’archivio.

Mark, facci una panoramica veloce sulle tue origini professionali: da dove arrivi e come sei arrivato qui?

Qui dove?

Qui… al WSL. Insomma, chi sei, che cosa fai, che cos’hai fatto?

Per cominciare, sono ingegnere forestale. Sono originario di Lugano, dove ho compiuto gli studi fino al liceo. Poi mi sono trasferito al Politecnico Federale di Zurigo per studiare ingegneria forestale: quattro anni, più uno di pratica. Dopo il diploma ho lavorato per sei mesi nell’Amministrazione Cantonale presso la Sezione Pianificazione e poi per qualche anno come indipendente. Mentre ero indipendente, mi è stata assegnata una borsa di studio qui al WSL: in quell’occasione mi sono avvicinato alla dendrocronologia applicata alla problematica della datazione degli edifici storici. Adesso presso l’Università di Lucerna sto facendo un dottorato in storia…

In storia?

Lo so: sembra strano, perché io sono un ingegnere forestale. Tuttavia bisogna considerare che fino a non più di trent’anni fa la storia forestale era un ambito quasi esclusivamente occupato da scienziati forestali. Oggi, per fortuna direi, non è più così, ma ritengo importante che ci sia ancora un apporto da parte dei naturalisti, nell’ottica di uno scambio interdisciplinare tra storia e scienze naturali. Per questo motivo, proprio perché propone un approccio che combina diverse discipline, la mia ricerca è finanziata dal Fondo Nazionale per la Ricerca Scientifica.

Ma come sei arrivato all’ingegneria forestale? Vita nei boschi da bambino? Un nonno alpigiano?

No, né un evento né una figura scatenante. Sono cresciuto in città, in realtà. Anche se, per la verità, in estate andavo dai nonni in Capriasca, e in famiglia abbiamo sempre avuto la passione per le passeggiate in montagna e per l’osservazione della natura. La mia scelta alla fine del liceo è stata un po’ calcolata: cercavo una disciplina in cui mettere a frutto le mie capacità tecniche senza rinunciare all’interesse per la vita in generale e la botanica in particolare.

Come ti sei trovato al Poli?

L’impatto iniziale è stato subito positivo. Noi Ticinesi eravamo numerosi, perciò si è creata un’atmosfera goliardica e solidale. Certo però che è un bel cambiamento passare dalla vita in famiglia a quella da solo, in cui devi arrangiarti, oltretutto in un’altra lingua.

Perché proprio Zurigo? Perché non Losanna? Magari in francese sarebbe stato più facile…

Perché ingegneria forestale c’era solo a Zurigo. Fra l’altro, adesso non c’è nemmeno più.

Come sarebbe?

Sarebbe che, a 150 anni dalla sua fondazione, questo relitto della storia del Politecnico di Zurigo è confluito nella facoltà di scienze ambientali. In compenso a Zollikofen, vicino a Berna, è nata la scuola di economia forestale.

E poi…?

…poi ho scelto di fare esperienze, anche nell’ambito del servizio civile, al di fuori della mia specializzazione. C’è stata anche la parentesi, come ho detto, nell’Amministrazione Cantonale.

Giusto: che c’entra un ingegnere forestale con la pianificazione?

Nella Sezione c’erano stati potenziamenti per la revisione del Piano Direttore Cantonale. Si trattava di far migrare la vecchia cartografia nel nuovo sistema e occuparsi inoltre di sussidi per i tetti in piode, effettuando di tanto in tanto verifiche e sopralluoghi sul terreno. Erano gli albori della revisione e per me è stata un’esperienza preziosa, perché mi ha permesso di vedere come funziona l’Amministrazione Cantonale.

Poi la prima esperienza qui al WSL.

Un caso. C’era un progetto in corso, una buona ricerca per un esordiente, e il WSL era l’ente promotore. Cercavano due ricercatori che lavorassero a un progetto interdisciplinare per ricostruire le vicende di alcuni nuclei abbandonati in Valmaggia. E’ durata un anno: il 2006. Dal 2007 al 2009 ho continuato a lavorare come indipendente e poi sono tornato qui.

E ti occupi di dendrocronologia.

Già.

Dendrocronologia.

Lo so, il termine sembra quasi un insulto. In realtà, come molte altre discipline scientifiche, ha un nome che contiene la particella greca logos che sta per discorso, studio. Poi aiuta sapere che dendron vuol dire albero e chronos è il tempo. Per dirla in parole semplici, è lo studio degli anelli di accrescimento delle piante.

Gli anelli… lo so: sono quelli che si vedono in sezione quando tagliamo una pianta. Ogni anello un anno. Dico bene?

Dici bene: quello che i maestri ci raccontavano alle scuole elementari è vero. Contando gli anelli possiamo ricostruire l’età che la pianta aveva quand’è stata tagliata: questo è uno dei principi fondamentali. Ma dagli anelli puoi ricavare anche molte altre informazioni. La dendrocronologia è una scienza con un secolo di storia, anche se già attorno al Cinquecento Leonardo da Vinci aveva osservato l’annualità degli anelli del legno e una loro possibile relazione con gli influssi climatici. I primi approcci a inizio Novecento sono andati subito verso la datazione dei manufatti e dei tagli del bosco, perché si era scoperto che all’interno della stessa regione gli alberi rispondevano al clima in modo analogo e il loro andamento di crescita corrispondeva. Una delle prime applicazioni è stata la datazione di sequenze di anelli per le quali non si avevano riferimenti, in particolare reperti archeologici.

Mi ricorda qualcosa…

Sì, il codice a barre. Se vuoi, la sequenza degli anelli è un po’ come il codice a barre della pianta: un’impronta caratteristica che può essere sincronizzata con delle sequenze di riferimento datate, ciò che permette di associare ogni anello a un anno. Solo che invece del lettore dei grandi magazzini noi usiamo il microscopio binoculare.

E la dendrocronologia studia l’ampiezza degli anelli.

In gran parte sì. Ma si può studiare anche la densità delle cellule legnose o la presenza di sostanze chimiche e isotopi che permettono di ricostruire l’andamento climatico del passato o la presenza di processi di inquinamento. Poi ci sono studi sulle dimensioni delle cellule del legno o dei pori, per stabilire come reagiscono le piante nei periodi di siccità.

Con una risoluzione annuale.

Di più: stagionale. Infatti negli anelli possiamo individuare una zona chiara e una scura. Quella chiara si forma in primavera ed estate, proprio perché in questo periodo alla pianta serve una struttura meno densa e più efficiente per il trasporto dell’acqua e lo sviluppo dell’apparato fogliare. Quella scura si forma subito dopo, alla fine del periodo vegetativo, verso settembre diciamo, quando le cellule diventano più dense e si differenziano per garantire la stabilità del legno, e la pianta si prepara all’inverno. Un po’ come se indossasse un cappottino. (Sorride.)

E quanto ci si spinge nel passato?

Anche molte migliaia di anni. Sono state costruite sequenze perfino di 15 mila anni, usando le querce del Danubio in Germania o i pini aristati in California. Questi ultimi sono alberi che superano abbondantemente i 4.000 anni di età. Così si creano i ponti che collegano sequenze non sempre facili da datare come quelle misurate sul legname ritrovato nei siti archeologici. Si usano pure i tronchi conservati sotto la coltre dei ghiacciai che, con il loro ritiro, portano alla luce questi preziosi testimoni della storia del clima e della vegetazione.

E tu personalmente fin dove ti spingi?

Fino a 6-700 anni nella datazione degli edifici. E fino a tre o quattro secoli nello studio degli antichi boschi di protezione.

Boschi di protezione?

Sì, è il termine con cui oggi definiamo i boschi che svolgono una funzione protettiva diretta o indiretta dai pericoli naturali, in particolare a favore di insediamenti, infrastrutture, vie di comunicazione. Io però mi concentro in particolare sull’area alpina e su quelli che nell’Ottocento furono addirittura definiti da qualcuno “boschi sacri”, poiché posti a difesa dei villaggi, non dal maligno ma dalle catastrofi naturali. Sono i boschi che hanno subito a più riprese i disturbi provocati da valanghe, cadute di massi, smottamenti, ma anche dallo sfruttamento dell’uomo, che ha conosciuto il suo apice proprio nel XIX secolo. Questi boschi, proprio perché in parte conservati grazie al loro ruolo protettivo, sono quindi un po’ lo specchio dell’evoluzione della società e del paesaggio. E gli alberi sono gli indicatori degli influssi umani e naturali.

Dove sono i boschi di cui ti sei occupato?

In Ticino e nel Moesano: a Sobrio in Leventina, a Broglio in Valmaggia e a Soazza in Mesolcina. Per i primi due ho concluso la raccolta dei dati. La ricerca prosegue sul terzo.

Perché proprio quelle tre località?

Volevo concentrare la mia ricerca sulle valli alpine, scegliendo realtà diverse fra loro, sia a livello naturale sia sul piano del percorso storico, ma al tempo stesso cercando dei casi di studio che fossero rappresentativi degli usi forestali a livello locale al Sud delle Alpi. Così posso disporre di un ventaglio di condizioni forestali nelle valli alpine della Svizzera Italiana fra Sette e Novecento. E io cerco di combinare la ricerca dendrocronologica sul campo con la ricerca storica negli archivi.

E che cos’hai scoperto?

Il caso di Sobrio è stato il primo sul quale ho lavorato e mi ha già portato a delle conclusioni. Su Broglio devo ancora completare le ricerche storiche, mentre quelle dendrocronologiche sugli alberi vivi sono concluse.

E…?

A Sobrio sembra emergere una relazione stretta fra l’azione dell’uomo e l’evoluzione del bosco. La si vede nella fase di grande pressione sulle risorse forestali nella prima metà dell’Ottocento, poi anche nel periodo di declino e abbandono che inizia nella seconda metà dello stesso secolo e infine con le grande parentesi dei tagli e degli sfruttamenti in coincidenza con le due guerre mondiali e il successivo e definitivo abbandono. Tutti questi eventi socioeconomici si relazionano molto bene con la gestione del bosco a livello locale, anche in zone dove il bosco svolgeva un’importante funzione di protezione dai pericoli naturali. Quello che più mi ha colpito è l’impatto enorme che ha esercitato l’utilizzo del sottobosco da parte della popolazione locale nel passato, con il taglio delle piante giovani, il pascolo, la raccolta delle foglie e degli aghi delle conifere e l’asportazione del terriccio. Le piante tuttora vive mi dicono che fino alla metà dell’Ottocento il bosco nella mia area di studio ha mantenuto una struttura piuttosto aperta: lo si capisce studiando la struttura demografica del bosco, proprio come si fa con la struttura demografica della società. Questo, più che ai singoli tagli, è dovuto in gran parte proprio al prelievo sistematico del sottobosco sull’arco di numerosi decenni, ciò che ha ostacolato una rinnovazione naturale del bosco e impoverito a tratti il suolo. Oggi, per come è configurata la nostra società, questo tipo di influssi e utilizzi non è più nemmeno concepibile. L’aspetto dei nostri boschi è per molti versi l’opposto rispetto a quello di 60 o più anni fa.

Ma uno storico non lavora solo nei boschi…

No, certo. Le mie ricerche si svolgono anche negli archivi comunali, patriziali e parrocchiali, dove trovo documenti demografici, resoconti di eventi naturali, verbali e informazioni sulla gestione forestale. Così possono spingermi almeno fino al Settecento.

Ma tutto questo ha poi qualche tipo di applicazione pratica?

Beh, i boschi di protezione sono senza dubbio un tema attuale. In Ticino, dove il territorio è molto accidentato e dove si passa dai 196 metri di altitudine di Ascona agli oltre 3.400 dell’Adula, la funzione principale del bosco è proprio quella protettiva. Perciò conoscere il passato di questi boschi permette di acquisire conoscenze che poi consentiranno di gestirli in maniera più consapevole del loro ruolo storico, ad esempio scoprendo come venivano utilizzati nel passato e a quali disturbi sono stati sottoposti. Se siamo in grado di comprendere come si comportano e reagiscono le diverse specie vegetali quando subiscono certi stimoli, possiamo acquisire strumenti per gestire la natura secondo le sue dinamiche, sempre però considerando che alle nostre latitudini l’uomo è stato per secoli un fattore d’influsso determinante per l’evoluzione del bosco e tuttora ne vediamo le tracce tangibili nel paesaggio. Non dimentichiamo poi che gli antichi boschi di protezione, cioè quelli con alberi secolari e posti in posizione strategica rispetto agli insediamenti, presentano molto spesso contenuti naturalistici di grande interesse scientifico, risultato di un mix tra gestione dell’uomo e continuità plurisecolare della copertura arborea.

Tu come gestiresti il bosco, se possedessi la bacchetta magica?

Non c’è un unico modo corretto di gestire il bosco. C’è semmai un modo appropriato ai bisogni dell’uomo, indirizzato al mantenimento della forza protettiva del bosco sul lungo termine. Sulla gestione l’ambientalista ha un certo tipo di visione e il forestale ne ha un’altra, perché considera anche le necessità della produzione. Nelle mie ricerche storiche mi sono accorto che le esigenze e le aspettative nei confronti del bosco sono sempre cambiate nel corso dei secoli. I conflitti tra le diverse visioni ci sono sempre stati e ci sono ancora attualmente. Ad ogni modo oggi c’è un quadro giuridico ben definito, la dimensione ecologica e quella economica e antropocentrica tendono sempre più a incontrarsi o, se possibile, a bilanciarsi, e il bosco viene gestito con la consapevolezza che ha molte funzioni. 100 anni fa non era così. Del resto anche la nostra società è molto cambiata. Oggi, quando il bosco lavora a nostro favore, lo si lascia lavorare.

Il bosco lavora a nostro favore?

Sì, certo. Per esempio nella protezione contro le valanghe. Nell’ultimo secolo sono state realizzate molte opere di protezione, che hanno un costo. Se potessimo farne a meno lasciando lavorare il bosco, con la sua presenza, la sua densità, la sua struttura, ne ricaveremmo un risparmio. E questo lentamente sta già succedendo ed è negli obiettivi di chi gestisce i nostri boschi.

Oltre alla dendrocronologia e alla storia, nella tua vita che cos’altro c’è? Hai un hobby?

Mi occupo di datazione di edifici storici in Valmaggia.

Ma questa è ancora storia!

Sì, ma me ne occupo più che altro nel tempo libero. E’ una collaborazione iniziata circa tre anni fa con un’associazione valmaggese, l’APAV.

E come si fa?

Anzitutto si cerca di raccogliere quanti più dati possibile sugli edifici, osservandone la tipologia e l’aspetto esteriore, collaborando con esperti per cercare di capire come sono stati costruiti e individuare le eventuali modifiche. Poi si effettuano dei prelievi.

E di quali edifici si tratta?

Dimore. Edifici utilitari. Per esempio le famose torbe della Valmaggia, cioè quei tipici granai di legno sorretti da pilastrini. In particolare, l’anno scorso siamo riusciti a datare una stalla risalente al 1372: è l’edificio rurale più antico di tutta la valle e tuttora si presenta esattamente com’era in origine, con minime modifiche. Pensa: è legno che è lì da 640 anni!

D’accordo, ma… a parte la storia… ci sarà qualcosa nella tua vita che non sia collaterale al tuo lavoro. O no?

Sì, c’è.

Oooh! E che cos’è?

Sono attivo in un’associazione ticinese, Espérance, che si occupa di interventi umanitari in Indocina.

E vai laggiù?

Ci sono stato qualche volta, a seguito dell’associazione. In Ticino organizziamo eventi per raccogliere fondi e in Indocina interveniamo costruendo infrastrutture di base, come scuole, ponti e pozzi d’acqua, organizzando controlli della salute per chi non può permetterseli.

Ultima domanda: come convivono la scienza e la famiglia?

Sono sposato e ho appena avuto una bambina. Però, come per tutti i ricercatori, anche per me è difficile non portarmi il lavoro a casa. Anche se, per la verità, adesso mia figlia occupa una bella fetta delle mie attenzioni e perciò cerco di far rendere al massimo il lavoro in ufficio. D’altra parte sono molto fortunato, perché mia moglie mi lascia grandi spazi di manovra.

Categoria: Topi di laboratorio | Tags: , , Commenti disabilitati

Non è possibile pubblicare commenti.

Back to top