Intervista al mentalista

Sospetti mentalici, impressioni e curiosità sullo spettacolo di Francesco Tesei

di Chiara Mancini

Lo confesso: ci avevo pensato. E per un attimo mi ero anche detta che sarebbe stato possibile farlo. Che cosa? Intrufolarmi di nascosto al Teatro Derby di Milano nel pomeriggio di giovedì 10 febbraio, giorno dello spettacolo “Mind Juggler”. Mica perché non volevo pagare il biglietto, eh! Ché quello l’avevo prenotato e acquistato già da tempo per accaparrarmi il posto migliore. Lo scopo era piuttosto riuscire a carpire i segreti che circondano le sorprendenti esibizioni di Francesco Tesei assistendo, non vista, alla preparazione dello spettacolo. Poi, però, a parte il fatto che sarebbe stato illegale, ho pure pensato che sarebbe stato ben poco onesto e dunque non avrei mai potuto farlo. Detto tra noi, avevo anche paura che, se Francesco mi avesse sorpresa, mi avrebbe incenerita con la sua arte magica. E quindi mi sono rassegnata a entrare come tutti gli altri spettatori alle 20.45 e ad accomodarmi sulle poltrone in trepidante attesa dell’inizio.

(Cortesia: M. Montanari)

Quando si spengono le luci eccolo spuntare dalle quinte col suo aplomb da mentalista elegante. E la magia ha inizio. Tra giochi, intuizioni e colpi di scena, lo stupore mi accompagna fino al termine della serata, lasciandomi a bocca aperta e con un senso di inspiegabile smarrimento. Infatti, assistendo agli spettacoli di Francesco, si ha come l’impressione che la mente venga ingannata. E mi sa che non è proprio solo un’impressione. D’altra parte il bello dell’illusione sta proprio nell’inganno che avviene nella mente dello spettatore. Francesco ama ripetere: “Noi non vediamo la realtà come essa è. La vediamo come noi siamo”.

Forse sarebbe ancora più bello vedere come la realtà è davvero, capire cioè come stanno le cose, non come noi le vediamo. Ma c’è da chiedersi: esiste una realtà come essa è? Perché qui al Derby, stasera, sembra che niente sia reale. Sembra tutto quanto un’illusione, un sogno.

Anzi, per Chiara (non sono io, stavolta!) è addirittura un “sogno dentro al sogno”. Un’esperienza tanto incredibile che è stata inseguita per la strada a fine serata da chi, curioso di sapere, le domandava che cosa fosse davvero successo. Come ho fatto anch’io, che l’ho intervistata affinché mi raccontasse le sue impressioni riguardo a questo viaggio davvero particolare.

Chiara, che cos’è accaduto? Riesci a descrivere quello che hai provato?

Beh, quando sono salita sul palco ero un po’ agitata: non capita spesso di trovarsi davanti a 500 persone. Le luci erano molto forti e mi davano un po’ fastidio, ma ero contenta di essere lì e provavo una forte emozione. Avevo molta curiosità di sapere che cosa Francesco avrebbe fatto ed ero felice di poter vivere l’esperienza così da vicino.

Poi le luci si sono abbassate e tu ti sei accomodata su una sedia accanto a Francesco. Un suono ammaliante accompagnava le sue parole, che lentamente ti cullavano.

Sì, e iniziavo a provare un senso di tranquillità, non percepivo più la presenza dei riflettori del palcoscenico. Mi sembrava piuttosto di essere in un posto buio, quasi di sogno. Sentivo la testa pesante, come se stessi per addormentarmi.

Sembra quasi che tu sia scesa in una trance ipnotica. Questa cosa mi mette un po’ i brividi. Siamo abituati a pensare che ipnotizzare qualcuno significhi fargli fare qualsiasi cosa si voglia. Ma le cose stanno esattamente così? Idea: più tardi lo chiederemo a Francesco Tesei in persona. Intanto, Chiara, stavi dicendo di essere scesa in una specie di sogno…

Sì, esatto: un sogno. E poi un sogno dentro un sogno. Alla fine Francesco mi ha “riportata indietro”: a un certo punto ho sbattuto gli occhi ed è come se si fosse rotto qualcosa. La prima reazione è stata di un forte batticuore, poi sono tornata tranquilla ma, mi viene da dire, non come prima.

In che senso?

Non so, mi sentivo un po’ strana. E dopo, scesa dal palco, mi sentivo molto rilassata. Tant’è che era da tre giorni che avevo mal di schiena e pensa che uscita da teatro mi sono accorta che mi era passato. Non vorrei attribuire a Francesco dei poteri da guaritore, però credo di aver vissuto un’esperienza molto rilassante e forse questo ha modificato il mio stato fisico facendomi passare il mal di schiena.

Interessante…

Ringrazio Chiara e torno nel teatro. Tento di avvicinarmi a Francesco e aspetto un bel po’ prima di raggiungerlo, dato che è attorniato da un sacco di gente: spettatori ansiosi di complimentarsi con lui e desiderosi di ricevere un autografo e un sorriso per una foto. Alla fine pure io ottengo la mia dedica sul DVD Mind Juggling, assieme alla promessa di un’intervista.

Tornando a casa mi viene in mente una frase del film Swordfish:

“Quello che l’occhio vede e l’orecchio sente, la mente crede”.

Penso che sia proprio adatta a descrivere in una riga lo spettacolo al quale abbiamo appena assistito. Ma si tratta di trucchi di magia? Oppure di tecniche di comunicazione e sotterfugi psicologici? Questa è un’altra cosa che dovrò chiedere a Francesco. Così inizio a pensare alle domande per l’intervista…

Qualche giorno dopo, come promesso, Francesco mi dà la possibilità di appagare le mie curiosità.

Francesco, parliamo di ipnosi. Ci dici che cos’è?

Bisogna partire dal concetto che l’ipnosi è un processo autoindotto. Ognuno di noi sperimenta numerosi stati ipnotici durante la giornata. A volte succede quando siamo assorti nei nostri pensieri, altre volte quando la nostra mente è occupata a fare qualcosa di ripetitivo o di meccanico, come ad esempio guidare la macchina lungo un percorso che conosciamo a memoria. L’ipnotizzatore non è altro che una specie di guida, che ci aiuta a calare la nostra mente in uno stato particolare. L’idea di essere ipnotizzati contro la nostra volontà è in parte leggenda, frutto di una conoscenza superficiale della materia. Secondo un’immagine che mi piace usare, quando siamo in trance ipnotica stiamo guidando una macchina, la nostra mente, e l’ipnotizzatore è il passeggero che sta al nostro fianco. Magari questo passeggero ci indica dove andare, ma siamo sempre noi a tenere le mani sul volante.

Ma tutti sono ipnotizzabili? Oppure ci sono persone più suscettibili di altre?

Ci sono persone che sono più propense a portare la propria mente in uno stato di trance. Altre invece hanno molte resistenze… e io sono uno di queste! Ma gioca un ruolo fondamentale il contesto. Molte persone che affermano di non essere mai state ipnotizzate si riferiscono più o meno inconsciamente alla situazione canonica: l’esperto che parla con tono monotono e loro che si ritrovano a pensare “Non sta succedendo niente!”. Magari non si sono mai accorti di scendere in uno stato ipnotico mentre sono da soli, comodamente seduti sul divano, o dopo aver visto un intenso film al cinema.

Dunque l’ipnosi non è una cosa pericolosa? Non si rischia sotto ipnosi di fare qualcosa di grave senza accorgersene?

Nel mondo dell’ipnosi è risaputo che nessuno può essere spinto, attraverso di essa, a compiere atti che non condivide. Le storie di persone che arrivano a uccidere o addirittura a suicidarsi mentre si trovano sotto ipnosi sono forzature cinematografiche o letterarie.

Francesco, nei tuoi spettacoli c’è anche arte magica, no? Per esempio userai pure degli stratagemmi da “mentalista classico”, in stile 13 Steps to Mentalism? Oppure vuoi farci credere che sia tutto frutto di comunicazione e psicologia?

Credo che ogni opera d’arte, sia essa un film, un quadro o un libro, per essere compresa profondamente debba essere collocata nel periodo storico nel quale è stata creata. Il libro 13 Steps to Mentalism è stato scritto nel 1968. Io non ero neanche al mondo, e nemmeno la PNL era ancora stata concepita… Il mentalismo di cui parla Corinda, l’autore del libro, è un mentalismo legato a due elementi principali: il paranormale, che all’epoca andava di moda molto più di oggi, per quanto riguarda le presentazioni degli effetti, e l’illusionismo… forse anche quello andava più di moda allora… per quanto riguarda le tecniche. Credo che oggi il mentalismo sia diverso. Sicuramente lo è il mio, così come quello di Derren Brown. Certamente fonda le sue radici sull’arte magica, perché in fondo l’obiettivo è rimasto quello di stupire e meravigliare il pubblico, ma si è anche lasciato contaminare da numerose influenze, da svariati studi e correnti. E’ una cosa che gli artisti hanno sempre fatto: lasciarsi influenzare da tutto ciò che li circonda. Il mentalismo contemporaneo che io pratico nasce da quello classico, ma approfondisce il piano psicologico sia in termini di suggestioni sia in termini di tecniche. Ad esempio, a livello di metodologia oggi è arrivato a finezze davvero affascinanti, frutto soprattutto di sofisticate elaborazioni nel campo della comunicazione.

Aspetta, aspetta… Hai citato la PNL, cioè la Programmazione Neuro Linguistica, che immagino tu ritenga utile ed efficace, e hai citato Derren Brown. Ma che cosa si intende quando si parla di PNL? E come mai Derren Brown, che è un po’ il tuo alter ego inglese, definisce la PNL “spazzatura”?

Tu recentemente hai assistito al mio spettacolo, a Milano. Se non sbaglio, credo di non aver nominato la PNL neanche una volta. Oggi parlare di PNL significa parlare di tutto e di niente. C’è un mare di pubblicazioni che affermano di fare PNL, molte delle quali sono prodotti spudoratamente commerciali. E’ questo tipo di PNL che Derren Brown definisce spazzatura, e io concordo con lui. Se però leggi il suo Tricks of the mind, recentemente tradotto in italiano, trovi intere sezioni che si rifanno direttamente alla PNL, come ad esempio quella sulle microespressioni facciali. Per quello che posso vedere, Derren ha un atteggiamento vagamente ambiguo al riguardo. Un giorno scrive sul suo blog che non utilizza tecniche di PNL nei suoi spettacoli, e due giorni dopo quel post sparisce dal blog. Mi ricorda l’atteggiamento di alcuni politici italiani, che un giorno tuonano frasi a effetto e il giorno dopo sussurrano la smentita. Ma questo è un altro discorso e in ogni caso io, purtroppo, non sono dentro la testa di Derren Brown.

Attento a non tradirti! In qualità di mentalista dovresti poter essere dentro la testa di Derren Brown. Ma dunque che cosa c’entra con te la PNL?

Per quanto mi riguarda, nel mio spettacolo mi piace riprendere alcuni temi esplorati dalla PNL, come ad esempio l’idea che “la mappa non è il territorio”. Credo che questo sia molto vero nella vita di ogni persona e lo è anche nella struttura intrinseca di uno show come il mio, che gioca a creare suggestioni nella mente degli spettatori. Contemporaneamente, essendo Master in PNL, certi concetti sono ormai radicati in me, nel mio modo di vedere il mondo e anche di concepire il mio lavoro: si potrebbe dire che ho usato la PNL in fase di elaborazione dello spettacolo e continuo a lasciarmi ispirare anche, ma non solo, da essa ogni volta che scrivo qualche nuova sequenza. Credo che mi aiuti a scrivere cose con multiple chiavi di interpretazione.

Quali chiavi?

C’è il piano più superficiale, che è costituito dall’effetto di meraviglia che suscitano i miei effetti. Poi c’è il lato metaforico, per chi vuole leggere dentro a ciò che faccio riferimenti che si collegano in maniera simbolica alla vita di ciascun uomo, al modo in cui percepiamo la realtà, con tutte le illusioni e gli inganni che la nostra mente è in grado di produrre in maniera inconscia. E poi c’è il lato “psicomagico”, che è un piano ancora più profondo. E’ lo stesso tipo di magia che viviamo quando rimaniamo colpiti da un aforisma, che nella sua apparente semplicità nasconde qualcosa di molto potente, in grado di produrre un vero e proprio cambiamento dentro di noi.

Come nel caso dell’esperienza del “sogno dentro al sogno” che ha vissuto Chiara, che alla fine in qualche modo non si sentiva più come prima.

Esatto. A volte si tratta di piccole cose, come ad esempio il mal di schiena di Chiara che improvvisamente sparisce. Altre volte può essere qualcosa di più importante dentro il nostro inconscio. Qualche giorno dopo aver fatto lo spettacolo a Padova, mi ha scritto la ragazza che durante quello show aveva partecipato all’esperienza del “sogno dentro al sogno”, ringraziandomi per quello strano viaggio che le avevo fatto fare. Nota che non mi ringraziava per il fatto di essere riuscita a “indovinare” un paio di parole. Era stato il viaggio in sé, l’esperienza vissuta, che le aveva lasciato dentro qualcosa di importante. Ecco, la PNL mi aiuta soprattutto a pensare e scrivere sequenze come quella, e non tanto a risolvere i momenti chiave dello spettacolo, come indovinare qualche parola. Ciò viene spesso equivocato, ritenendo che io utilizzi presunte tecniche di PNL per compiere qualsiasi cosa che faccio durante lo show, quando invece la PNL respira più che altro dentro alle parole che uso, ai temi che affronto durante lo show, e nella costruzione di queste scatole cinesi che compongono la complessa struttura del mio mentalismo.

Da quel poco che so io, questa PNL si basa sulla creazione di un rapport, cioè una relazione positiva con l’altro, che si ottiene per esempio grazie a tecniche di ricalco. Durante gli spettacoli è possibile riuscire a mettere in pratica queste tecniche considerato il poco tempo a disposizione?

Certamente ricalco e rapport sono tecniche di, come la chiami tu, “questa PNL”… Ti è mai capitato, durante una serata al pub con un’amica, di alzarti contemporaneamente a lei, come se vi foste dette “telepaticamente” che era ora di andare a casa? Secondo la PNL questo succede quando il rapport tra te e la tua amica è molto forte, e probabilmente se qualcuno vi avesse osservate dall’esterno avrebbe notato tante similitudini nel vostro modo di interagire. Magari quando una beveva un sorso, anche l’altra la seguiva, o quando una rilassava la schiena contro lo schienale della sedia anche l’altra cambiava posizione. Questi sono esempi di ricalco inconscio, e secondo la PNL il ricalco è uno degli strumenti che rafforzano il rapport. Ma questi sono solo una piccola parte della PNL, e sicuramente funzionano nelle situazioni in cui c’è spazio e tempo per un’interazione reale ed elaborata. Durante il mio spettacolo, invece, spesso le interazioni sono molto rapide.

La comunicazione legata alla PNL si basa anche sulla scelta di parole e gesti opportuni, magari ben indirizzati a seconda del “canale preferenziale” di comunicazione dell’interlocutore. Per esempio, se chi si ha di fronte comunica preferenzialmente con parole legate all’aspetto visivo, ascoltando parole legate a immagini o colori può essere colpito di più e questo rende la comunicazione più efficace. Non c’è spazio nemmeno per questo sul palco?

Tu stessa sei stata sul palco alcuni minuti, durante lo spettacolo, e in tutto quel tempo sei stata chiamata a dire solo una singola frase: “Ciao, sono Chiara, e ho scritto io la parola ‘fattore’”. Come hai già intuito tu, non era abbastanza per farsi un’idea precisa dei tuoi canali preferenziali… che per la verità in quel momento non mi interessavano particolarmente, considerato il fine dell’esperimento in corso. E comunque quello che io faccio avviene in una maniera molto meno fredda e calcolata di quanto tutti siano propensi a pensare.

Ah! Pensavo che una volta a conoscenza delle tecniche giuste, della ricetta insomma, il gioco fosse fatto. Allora che cosa te ne fai esattamente di queste tecniche della PNL quando ti trovi davanti a qualcuno?

Qualche esperto di PNL ha elogiato le mie capacità nelle tecniche di “calibrazione” che, in breve, è ciò che permette al piennellista di trovare il tipo di comunicazione più efficiente ed efficace con il proprio interlocutore. Per me la calibrazione è un’arte, più che una tecnica, nel senso che avviene in maniera fluida e naturale, senza che la mia mente si fermi a compiere calcoli. Immagina due musicisti che decidono di fare una jam session, improvvisando un brano. Se parlassimo in termini di PNL, potremmo vedere quest’improvvisazione musicale come un continuo gioco di “ricalco e guida”, dove in ogni singolo secondo ciascun musicista decide se e come seguire l’altro, sostenendolo e completandolo, oppure se prendere la guida e far sì che sia l’altro a seguire. Ecco, per me la calibrazione è qualcosa del genere: quando decido di “guidare” verifico in maniera naturale se l’interlocutore mi segue, e fin dove mi segue, e immediatamente adatto la mia comunicazione a questo. E’ un processo elastico e armonico. Ma, ancora una volta, sarebbe sbagliato ridurre quello che faccio all’uso di mere tecniche di ricalco, rapport e calibrazione.

Che bella, quest’immagine dei musicisti! Immagino che parole e gesti abbiano una grande forza.

E’ vero: la parola e il gesto hanno in sé un grande potere. C’è un altro detto molto popolare tra chi fa PNL: “Per un martello tutto il mondo è un chiodo”. Come a dire che, se sei un martello, tutto ti apparirà come qualcosa da schiacciare. Allo stesso modo, viene da chiedersi cosa ce ne faremmo dell’infinita moltitudine di colori presenti nel mondo se conoscessimo solo le parole “bianco” e “nero”. Sembra una provocazione assurda, ma il concetto di quantità e qualità delle parole è di rilevanza fondamentale quando si parla di percezione e costruzione della realtà, così come spiega, se mi permetti una citazione, lo scrittore Gianrico Carofiglio: “Il rapporto tra ricchezza delle parole e ricchezza di possibilità è dimostrato anche dalla ricerca scientifica, medica e criminologica: i ragazzi più violenti possiedono strumenti linguistici scarsi e inefficienti, sul piano del lessico, della grammatica e della sintassi. Non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione – il tono, il lessico, l’andamento – in base agli interlocutori e al contesto, non fanno uso dell’ironia e della metafora. (…) La povertà di comunicazione, insomma, si traduce in povertà dell’intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni. (…) Nelle scienze cognitive questo fenomeno – la mancanza di parole, e dunque di idee e modelli di interpretazione della realtà, esteriore e interiore – è chiamato ipocognizione”. Io vorrei porre l’accento sull’importanza fondamentale delle parole nella costruzione di modelli esteriori e interiori. Sono proprio questi modelli a definire la realtà soggettiva, in un processo di elaborazione durante il quale la nostra mente racconta a se stessa il mondo interno ed esterno al proprio sé. Ma se Carofiglio arriva a queste considerazioni con l’approccio “negativo” tipico del mondo della psicologia, che è quello di arrivare all’elaborazione di teorie sui meccanismi della mente attraverso l’analisi di casi clinici, io preferisco guardare l’altra faccia della medaglia, ossia le “magie” della mente che funziona al meglio. Dall’altra parte dello spettro, quindi, potrei citare una frase di Terrence McKenna, che portando questo concetto su un piano più elevato, definisce una delle leggi del mio modo di interpretare il mentalismo: “Il vero segreto della magia è che il mondo è fatto di parole. Se conosci le parole che compongono il mondo, puoi fare di esso ciò che vuoi”. Questa frase, che rappresenta il vero punto d’incontro tra mentalismo, psicologia, comunicazione e magia, ha per me lo stesso valore di un vero e proprio incantesimo.

A proposito di incantesimo, lo sai che mi hai incantato? Sono concetti molto affascinanti. Non mi starai mica ipnotizzando, eh? Senti, ma il fatto di riuscire a condizionare le scelte delle persone, di applicare la cold reading, o di avere la fama di saper “leggere nel pensiero”, non ti ha mai causato, o tuttora ti causa, problemi nelle relazioni con gli altri? Voglio dire, io avrei un po’ paura di averti come amico. Mi sentirei sotto osservazione. Avrei paura di fare scelte non libere. Non pensi che si possano creare dei rapporti poco spontanei?

Diciamo che mia moglie ha vissuto momenti di autentico panico, soprattutto all’inizio della nostra relazione. In effetti sto esagerando: non è ancora mia moglie, ma siamo molto fidanzati… Scherzi a parte, mettiamola così: la prima capacità che si associa a un mentalista è quella di leggere il pensiero. In verità io credo che la principale “arma” dei mentalisti sia l’abilità di condizionare gli altri. Guidare i ragionamenti del proprio interlocutore, degli spettatori con cui gioca, di un pubblico intero. E questo potrebbe includere l’abilità nel convincere tutti di saper leggere il pensiero… Io adoro mescolare le cose, confonderle, ribaltarle, e per questo trovo molto divertente condurre costantemente gli spettatori a male interpretare le modalità attraverso cui riesco a fare quello che faccio. Quando pensi che la tua scelta fosse assolutamente libera, scopri che non lo era affatto, mentre, quando sei certo di essere stato condizionato, probabilmente non lo eri ma io sono riuscito a intuire le tue decisioni, e, quando pensi che io sia riuscito a intuire le tue decisioni, magari io ho sfruttato la più bieca illusione psicologica! La cosa affascinante è che questo accade costantemente, per ognuno di noi, anche nella percezione della nostra vita quotidiana. Questo è forse il tema di fondo del mio spettacolo: siamo noi a costruire la realtà, e in un certo senso, quindi, tutto è un’illusione. Alla fin dei conti, le cose non sono altro che ciò che noi vogliamo credere che siano.

Allora lasciaci credere che tu sappia leggere nel pensiero. Forse è molto più affascinante che cercare di capire come fai a illudere le persone di saperlo fare. Perciò non temere, al prossimo spettacolo non tenterò di intrufolarmi di nascosto a teatro per carpire i tuoi segreti. Li lascerò a te, perché tu possa continuare ad ammaliarci con la tua bella arte.

E se poi qualcun altro volesse farsi ammaliare, come è successo a noi, gli basterà andare a Torino il 30 aprile al Teatro Massaia, ad assistere al prossimo spettacolo di Francesco. Uno spettacolo da sogno. Dentro al sogno.

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2 Responses to “Intervista al mentalista”

  1. Chiara

    Eh sì, sono proprio io, non l’autrice di questo articolo ma l’intervistata (quella meno importante), quella del sogno dentro al sogno! Grazie Chiara autrice per avere saputo rappresentare così bene su questo foglio di carta virtuale le emozioni che hanno accompagnato me, e sono certa anche molti altri, in quella bella serata di spettacolo!

  2. Gabriele

    Molto interessante! Bravissima l’autrice dell’articolo!

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