Dimmi quello che mangi e ti dirò quale flora batterica hai: potrebbe essere sintetizzata così la recente scoperta pubblicata dai “Proceedings of the National Academy of Sciences”. Ma non solo: la presenza di certe classi di batteri proteggerebbe l’intestino da infiammazioni e patologie.
Socchiudi appena gli occhi, spalanchi le narici, lo respiri, lo annusi, ti scaldi con il suo profumo vanigliato di forno e finalmente lo assapori, ti gusti una prelibatezza di biscotto come se fossi Hänsel e Gretel davanti alla casetta di marzapane. Il sapore è delizioso. Ma come, è tutto finto? Oggi non ci si può più fidare nemmeno delle proprie papille gustative. Eppure qualcosa di interessante c’è.
“Per me l’esistenza di Dio non è un problema. Per me è un’esperienza”: ascolto questa clarissa che mi sorride al di là della grata, in un monastero francescano fra le colline umbre. La conosco da anni, ma ancora riesce a stupirmi. Non per ciò che dice, ma per il modo in cui lo dice: sereno, tranquillo. E un po’ la invidio. Solo un po’. E mi chiedo che cosa ci faccio qui.
Così la mia memoria corre verso quella mattina di giugno del 1982, quella lunga passeggiata con un amico, quella discussione sui massimi sistemi: la prima volta in cui dissi con chiarezza, a un’altra persona ma soprattutto a me stesso, “Dio non esiste”. Certo non sono diventato ateo quel giorno, perché era una convinzione che stava maturando dentro di me da tempo. E di sicuro non le era estranea la morte per tumore del più caro dei miei amici, pochi mesi prima. Tuttavia fu in quel giorno di inizio estate che per la prima volta ebbi il coraggio di fare il mio outing: “Io sono ateo”. I miei argomenti erano sia razionali sia emotivi.
Un ricercatore col boccaglio: si prepara a un’immersione? No, è in laboratorio e si avvicina a una pianta di erba medica. Poi si volta e vede arrivare… una capra. Ma che razza di esperimento è questo? Una prova di sopravvivenza. A superarla, però, non sarà il ricercatore, né la pianta, né la capra, ma alcuni piccoli ignari esserini che vivono sulle foglie della leguminosa: gli afidi.
Così piccoli e così sensibili al fiato altrui... (Cortesia: M. Becker)
Le groupie sono un fenomeno di altri ambienti. Roba da rockstar. Chi mai s’immaginerebbe di diventare oggetto di appetiti sessuali facendo… lo scrittore di fantascienza? Per di più in tarda età, ormai vecchia cariatide della science fiction, e pure (non bastasse il resto) noto per il proprio temperamento incazzoso e suscettibile. Eh? Chi mai…? Certo non Ray Bradbury. Poi, invece…
Si sa: a caval donato non si guarda in bocca. Ma se invece fosse un coccodrillo, per giunta fossile, e a regalarcelo fosse la storia della vita sul nostro pianeta, non varrebbe la pena dargli una sbirciatina tra le fauci? Sicuramente sì. Ed è quel che ha fatto Patrick O’Connor, professore di anatomia dell’Ohio University College of Osteopathic Medicine, che si è trovato di fronte a qualcosa di inaspettato.
A caccia. Come un gatto. Ma non è un gatto. (Cortesia: M. Witton/University of Porstmouth)
Correva l’anno 1903: un’epoca di grandi scoperte. La fine dell’Ottocento è un momento in cui i fisici si accorgono che ci sono moltissime radiazioni, o raggi, di cui prima nemmeno sospettavano l’esistenza: alfa, beta, gamma, radio, X… Tutti vengono sperimentati anche sulle persone e, senza saperne niente, materiali che li producono vengono inseriti in oggetti di consumo: cibi, abiti, scarpe. C’erano il sapone Radium, la farina Radium, il lucido per scarpe Radium, ma anche i digestivi e le bibite Radon. Inutile dire che tutta quella roba faceva parecchio male alla salute. Però non lo sapeva nessuno. E poi era molto trendy. Ecco, in questo bel contesto scientifico e culturale emerge la vicenda di Prosper-René Blondlot e dei suoi raggi N.
L’atomo? Scordatelo. Ma questo lo sai già: l’atomo è un modello superato da quasi un secolo. Le particelle elementari? Scordati anche quelle. D’altronde ci sono le stringhe, no? Quelle sì che sono il fondamento della realtà e… Macché. Per niente. Se Mauro D’Ariano ha ragione, il mattoncino fondamentale non è né l’atomo né la particella né la stringa. E un nuovo paradigma sta per emergere.
55 anni, una cattedra di fondamenti della meccanica quantistica e di teoria fisica dell’informazione presso l’Università di Pavia, dove coordina un gruppo di 12 ricercatori, D’Ariano ha alle spalle 270 lavori pubblicati su riviste con peer review e 150 relazioni su invito. Nel proprio passato si è occupato di un sacco di cose: fratture in materiali polimerici, meccanica statistica, ottica quantistica, fisica matematica, teoria dei gruppi, sperimentazione in risonanza magnetica, transizioni di fase, teoria dell’informazione quantistica. Adesso è approdato ai fondamenti della meccanica quantistica e alla teoria della relatività. Vediamo se anche noi riusciamo a capire qualcosa di ciò che fa.
Sembra fatto di atomi. In realtà sono tutti qubit.
Volevo cominciare questo post imitando lo stile di una sceneggiatura del film Alien. Poi, riflettendoci, mi sono resa conto che la fantasia non puo’ imitare se non maldestramente l’orrore della realta’, e mi limitero’ quindi alla cruda esposizione dei fatti.
Che cosa c’è in fondo alla materia? Gli atomi? Sbagliato: gli atomi non sono la struttura più fondamentale. E questo già si sapeva: gli atomi sono composti di particelle. Protoni, neutroni, elettroni… e loro a propria volta sono composti di quark. Allora in fondo alla materia ci sono quark? Sono i quark la struttura ultima? Sbagliato. Forse sono le stringhe, come pensano moltissimi… anzi probabilmente la maggioranza dei fisici teorici. O forse no. Forse la più fondamentale della strutture non è neppure di materia, ma è di… informazione! E’ il qubit, il quanto elementare di informazione. Se questo è vero, allora noi viviamo dentro un’immensa simulazione indistinguibile dalla realtà. Proprio come Matrix. E’ un problema? No, chissenefrega: la fisica non si occupa di metafisica. E domani alle 17 e 15 ce lo faremo raccontare da un fisico teorico che su queste cose sta lavorando.
Dopo aver gettato uno sguardo nel futuro, per la rubrica “Pattume” ci occuperemo pure del passato. Di più di un secolo fa, per la precisione. E parleremo dei raggi N. Mai sentiti? Non c’è da stupirsi. Infatti i raggi N non esistono. Perché allora ne parliamo? Perché sono un bell’esempio della facilità con cui anche scienziati famosi possono prendere delle cantonate colossali, essere poi sputtanati e comunque continuare a crederci fino all’ultimo giorno di vita.
Da ultimo ancora un mostriciattolo, uno di quelli che piacciono tanto a Tupaia, la nostra biologa di fiducia. Un vero e proprio Alien, ma innocuo per noi. In compenso, però, micidiale per i granchi.
C’è qualcosa che dovrebbe restare fuori dal dibattito politico e dal pregiudizio ideologico o religioso: la scienza. Non le sue applicazioni tecnologiche, alle quali com’è ovvio devono poter essere posti dei limiti. Ma le verità scientifiche, sempre provvisoriamente non false e quindi rivedibili, emendabili, correggibili, sostituibili. Che quindi dovrebbero essere giudicate solo sulla base delle evidenze sperimentali e non delle ideologie o delle fedi religiose. Invece no: qualcuno pretende sempre di dire che cosa è o non è accettabile perché compatibile o meno con qualche premessa a priori, di solito estratta da un corpus di dogmi o da una Sacra Scrittura. Il caso più noto è la teoria dell’evoluzione, respinta dai fanatici religiosi (cristiani ma non solo: anche il mondo musulmano non scherza) e, a suo tempo, anche dai marxisti ortodossi seguaci di Lysenko. E vabbe’: si sa, l’evoluzione riguarda la vita, noi siamo vivi, quindi l’evoluzione ci tocca direttamente, intimamente, e sentirti dire che tu, figlio di Dio e supremo prodotto della Sua creazione, sei parente alla lontana di un gibbone o di una spugna può anche non farti piacere, perciò ti vien voglia di dire “Son tutte balle, io credo nella Bibbia”. Ma che c’entra la teoria della relatività?
Per riuscire a toccare le cime più alte di solito che fai? A parte farlo fare a gli altri, ti arrampichi. Sudi, ti allunghi, guardi intorno se c’è un appiglio, un “apriti Sesamo” che ti farà scoprire una nuova via per andare ancora più su. Immagina se invece ti bastasse un tuffo in acqua. Ecco, magari non proprio un tuffetto: immagina di scendere per centinaia di metri sotto la superficie del mare e di trovarti magicamente sul cocuzzolo di una montagna. Anzi, meglio, di un vulcano. Ora, siccome l’impresa è impegnativa e tu sei un po’ pigro, immagina di mandarci un robot, un aggeggio supertecnologico che ti invia in tempo reale immagini e filmati dagli angoli più nascosti degli abissi e che tu guidi tramite un sistema satellitare. E adesso smetti di fantasticare, perché sta già succedendo.
Cominciamo col dire che san Lorenzo non c’entra. Non più almeno. Di mezzo c’è ancora la precessione degli equinozi: lo stesso simpatico fenomeno che ha già fregato gli astrologi. Sicché il picco nella frequenza meteorica oraria non è più nella notte del 10 agosto ma qualche giorno dopo. Quest’anno, secondo l’International Meteor Organization, sarà fra l’1 e 30 e le 4 della notte fra il 12 e il 13 agosto.
Tea = tè, shirt = camicia. Ma che cos’è? Una lezione di inglese? Macché inglese: non dobbiamo mica andare in Inghilterra per incontrare Xavier Caubit e i suoi colleghi, dato che loro si trovano in Francia, al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) di Marsiglia, da dove ci danno sì una lezione. Di genetica però. Infatti hanno scoperto che Teashirt 3 (Tshz 3) è un gene coinvolto nell’affascinante meccanismo che permette a un cucciolo di mammifero appena nato di respirare per la prima volta.
E’ stupefacente come i giornalisti siano superficiali e capaci di andare in brodo di giuggiole per delle solenni cretinate. Per esempio, basta che qualche gingillo tecnologico assomigli anche solo vagamente a qualcos’altro già visto in un film di fantascienza, e subito loro son lì a gridare trionfanti: “Ci siamo! Il futuro è arrivato!”. L’ultima pensata è l’interfaccia manuale, presentata in un articolo di OggiScienza. E’ simile a quella vista in Minority Report: tu stai lì e agiti le mani mentre il computer riconosce i tuoi gesti e sposta gli oggetti in un ambiente virtuale. Anzi, l’interfaccia di Georg Hackenberg, del Fraunhofer Institute for Applied Information Technology, è pure meglio di quella del film: niente guanti e l’ambiente è tridimensionale. Wow!
Galeoni, bende sugli occhi, spade e arrembaggi. Ah, no? Ops… si tratta di primati, non di pirati. Ma allora, se quel teschio non è quello della Jolly Roger, da dove sbuca? Dicono che sarebbe stato recuperato in una grotta sommersa, proprio come un antico tesoro nascosto. E di tesoro in effetti si tratta, almeno secondo Ross MacPhee, dell’American Museum of Natural History di New York, che definisce la scoperta molto importante, tanto da fargli cambiare una certa sua ipotesi. Ma procediamo con calma.
Una scimmia cappuccina del Costa Rica. Giusto per farsi un'idea dei primati americani. (Cortesia: D.M. Jensen)