…intesi come scimmie, non quelli del Guinness
di Marco Cagnotti
In Ticino non ci sono scimmie allo stato selvatico. Neanche una. Nemmeno piccolina. Non uno scimpanzé, un macaco, un babbuino, uno uistitì. Niente di niente. Accade però che a una giovane ticinese salti il ghiribizzo di studiare proprio le scimmie, vedi un po’. Sicché da Porza finisce prima in Thailandia e poi in Sudafrica, fra bracconieri e animali maltrattati. Poi Damiana Ravasi torna e ci racconta la sua storia, i suoi progetti, le sue speranze.

In simpatica compagnia. (Cortesia: D. Ravasi)
Damiana, dove sei nata, dove sei cresciuta, dove hai studiato?
Sono nata e cresciuta a Porza e gli studi fino alla maturità li ho fatti al Liceo di Lugano 2, che era ancora a Canobbio.
E poi?
Poi sono andata a studiare biologia a Losanna per i primi due anni e a Neuchâtel per gli ultimi due.
Perché questo trasferimento?
Perché a Losanna non c’era ancora un corso di etologia.
Che sarebbe?
La scienza che studia il comportamento degli animali. Quel corso a Losanna l’hanno introdotto l’anno dopo la mia partenza. Quando poi ho finito a Neuchâtel, sono partita per un’esperienza di volontariato in Thailandia.
Lunga?
Sarei dovuta fermarmi due mesi. Ci sono rimasta due anni.
Come mai?
Mi piaceva molto quello che facevo. E poi era utile.
Un’attività sociale?
Sì, perché in Thailandia i primati sono tenuti come animali domestici. Dal 1992 è illegale, ma c’è chi lo fa ancora. Succede anche in Africa, dove per esempio i babbuini sono tenuti come animali domestici finché sono piccoli e poi fanno una brutta fine perché diventano pericolosi. Ma lì il problema è soprattutto la caccia agli animali come fonte di cibo. In Thailandia, invece, le scimmie sono sfruttate come attrazioni, per scattare foto con i turisti. Le espongono nei bar, le fanno ubriacare, le drogano, le maltrattano, le tengono in condizioni terribili.
Che orrore! E tu che cosa facevi?
Io partecipavo a un progetto di aiuto a questi animali. C’era un santuario, dove i gibboni venivano protetti e seguiti, anche fatti accoppiare per formare delle famiglie. In qualche raro caso si riusciva a rilasciarli nella foresta, ma era un processo lungo e delicato. E io seguivo proprio gli esemplari di gibboni ridiventati liberi.

Gibboni reintrodotti, di vedetta. (Cortesia: D. Ravasi)
Ci hai detto che si trattava di volontariato. Ma come riuscivi a mantenerti?
Beh, in Thailandia la vita costa poco. Ogni tanto tornavo a casa, lavoravo qualche mese, risparmiavo un po’ e poi tornavo là.
Dalla Thailandia a…
…al Sudafrica, quasi subito. Lì sono stata per un po’ assistente di ricerca e poi ho svolto il mio dottorato a Città del Capo occupandomi di babbuini. Per la precisione, dell’influenza umana sulle dinamiche fra i babbuini e i loro parassiti, in funzione della conservazione della specie. E sono rimasta in Sudafrica per quattro anni.

Frequentatori abituali delle strade sudafricane. (Cortesia: D. Ravasi)
E adesso?
Adesso sto cercando di rimanere nell’ambiente della conservazione dei primati. Però con molta fatica, perché mancano i finanziamenti. Per la verità avrei già un incarico come post doc in Canada, ma mancano i fondi.
In Canada? Ma in Canada non ci sono scimmie!
Però c’è un importante specialista nel settore della ricerca sulle scimmie, che da almeno 15 anni svolge studi sul campo in Uganda.
Un passo indietro, adesso, sul tuo passato. A scuola eri secchiona o fancazzista?
Ero abbastanza studiosa, anche perché non avevo una gran memoria. Chi può contare sulla propria memoria può anche studiare due giorni prima delle prove. Io invece dovevo studiare con molto anticipo. Comunque i miei compagni non mi consideravano una secchiona. Alla fine sono uscita dal Liceo abbastanza bene… nella media… insomma… normale.
Seee… e poi si scopre che avevi il massimo dei voti!
Per la verità ero sempre amica di quelle che avevano il massimo dei voti.
Poi biologia. Perché? Un professore, un’esperienza determinante, un ricordo infantile?
Fin da piccola avevo deciso di studiare qualcosa che avesse a che fare con gli animali. All’inizio avevo pensato di occuparmi di dinosauri.
Che però come animali sono… come dire?… un po’ defunti.
Già. Così ero passata alla veterinaria. Alla fine sono arrivata all’etologia e all’ecologia.
Eri una di quelle bambine che riempiono la casa di cani, gatti, pesci, uccelli, facendo disperare i genitori?
Anche miei genitori sono sempre stati amanti degli animali. E mi hanno trasmesso questa passione, insieme all’amore e al rispetto per la natura. E sì, avevamo in casa cani, gatti, pesci e anche una tartaruga. Che è l’unica sopravvissuta: c’era prima di me ed è ancora lì.
Le tartarughe, si sa, sono longeve. Non stupisce che ti abbia accompagnata. Sarebbe stato inquietante se fosse stato un gatto. Ma torniamo ai tuoi studi: è stata dura all’università?
Sì, ho trascorso le estati studiando. Anche perché, devo ammetterlo, durante l’anno accademico mi godevo la vita da studente. Perciò poi, durante i mesi estivi, dovevo recuperare. Te l’ho detto: non ho una gran memoria…
E ora sei qui. Lo rifaresti? Gli stessi studi, le stesse esperienze all’estero…
Sì, lo rifarei. Diverso, però.
In che senso?
Rifarei gli stessi studi ma in modo più strutturato. Finché frequenti l’università hai un percorso abbastanza determinato. Ma dopo, mi sono accorta, avrei dovuto fare scelte migliori per il mio curriculum. Certo, due anni di lavoro in Thailandia fanno colpo nel curriculum, ma lo fanno ancora di più se puoi accompagnare quell’esperienza con la pubblicazione di dieci articoli. Insomma, avrei dovuto coltivare meglio i contatti sociali.
Ne valeva la pena? E lo consiglieresti ad altri?
Certo, ne valeva la pena. E certo, lo consiglierei. Naturalmente consiglierei anche di strutturare bene i propri studi. Ma lo consiglierei sicuramente. Anche perché adesso c’è molto bisogno di persone che lavorino nell’ambito della conservazione.
Davvero? Prima dicevi che mancano i finanziamenti…
Infatti, ed è una grossa contraddizione. C’è un declino nelle specie ma c’è un declino anche nei fondi stanziati per proteggerle. Magari fra qualche anno si accorgeranno dell’errore.
Forse però sarà troppo tardi. Nell’attesa, a chi consiglieresti una carriera come la tua?
A chiunque nutra una grande passione per il proprio lavoro.
Damiana, anch’io nutro una grande passione per il mio lavoro. Ma io sono una pantegana di biblioteca e neanche mi sfiora l’idea di andare nelle foreste a occuparmi di gibboni e babbuini. Quindi quali caratteristiche sono importanti per chi voglia seguire le tue orme?
L’indipendenza, soprattutto. Molto spesso mi è capitato di ritrovarmi per intere giornate da sola nella foresta. Se in quelle situazioni non sai stare bene con te stesso, non ce la fai.
Hai mai avuto paura? Hai corso qualche pericolo?
In Thailandia, una volta, mi sono persa nella foresta e, mentre cercavo il sentiero per rientrare, ho visto un cobra neanche troppo lontano. E ho sentito voci umane, forse di bracconieri. Non penso che la mia vita sia stata in pericolo, ma in effetti in qualche occasione mi sono trovata in situazioni spiacevoli, perché anche in un paese come la Thailandia si possono fare brutti incontri.
La tua vita privata, i tuoi affetti, i tuoi hobby hanno mai sofferto per le conseguenze delle tue scelte professionali? Insomma, con tutti questi viaggi… Che ne so… una relazione sentimentale alla quale hai rinunciato per partire…
No, non fino a questo punto. Però talvolta mi pesa restare lontana dalla mia famiglia. Fino a qualche anno fa meno. Ma adesso la famiglia si è allargata, sono arrivati dei nipotini, e un po’ mi dispiace non poterli vedere per lunghi periodi.
Sembri molto radicata in Ticino.
Lo sono.
Una strana contraddizione per una persona che invece ha scelto di viaggiare a lungo e lontano per i propri studi, non trovi?
Lo so bene. Spesso è difficile, infatti.