Stai visitando questo blog? Allora si sta producendo anidride carbonica. Secondo Alexander Wissner-Gross, attivista ambientale e fisico di Harvard, un sito web produce una media di circa 0,02 grammi di CO2 per ogni visita. Una produzione legata soprattutto al funzionamento dei server. E che cosa si può fare per neutralizzare queste emissioni? Piantare un albero.
L’esperienza aiuta il cervello. Ma vale proprio per tutti?
di Vincenzo Romano
Un neuroscienziato sa bene che a particolari abilità corrispondono maggiori dimensioni di specifiche aree cerebrali. Lo aveva scoperto circa un decennio fa il team di Eleanor Maguire dello University College di Londra, studiando il cervello dei suoi concittadini tassisti. Nessuno però sapeva se questi più grandi volumi encefalici fossero una condizione innata o frutto dell’esperienza. Ora lo stesso gruppo di scienziati è finalmente riuscito a risolvere questo dubbio: apprendisti tassisti hanno ingrandito i propri ippocampi memorizzando il complicato schema delle strade di Londra.
Siamo guidati da un cavalluccio marino. La forma del nostro ippocampo è molto simile a quella del simpatico animaletto. (Cortesia: Laszio Seress)
Dunque smantelliamo. Dopo 14 puntate del format a due voci (che ha seguito la versione precedente con un solo conduttore), chiude la trasmissione “Quarantadue”. Che molti lettori apprezzano (e lo so perché me lo scrivono) ascoltandola anche in diretta, in streaming o in podcast. Quella andata in onda oggi pomeriggio è stata l’ultima puntata. Claudia e io siamo stati informati che non ce ne saranno altre, che l’unica trasmissione esclusivamente di scienza su Rete Tre non avrà un seguito. E di chi è la colpa? Mia.
La causa della chiusura sono io, infatti. Mi è stato scritto testualmente: “Marco Cagnotti dovrà riferirsi prioritariamente a Rete Uno”. Perché? Perché io già lavoro per Rete Uno, dove collaboro con la trasmissione “Lo Sciamano in bicicletta”. Badate bene: Rete Uno, cioè la prima rete sempre della RSI. Non ho altre collaborazioni, magari per Radio 3iii o Radio Fiume Ticino, cioè la concorrenza. No, no: io sono sempre dentro la RSI. Ma non va bene lo stesso. Perché, in sostanza, 5 minuti due settimane su tre in onda sulla Uno e 20 minuti ogni sei settimane (perché questa era la periodicità di “Quarantadue”) in onda sulla Tre rappresentano una sovraesposizione per il sottoscritto. Da farsi venir la nausea, davvero, per il troppo Cagnotti in onda.
Sicché ciao a tutti, è stato un piacere, e anche se la scienza non avrà più un suo spazio sulla Tre chissenefrega. Tanto il pubblico è di bocca buona, va’. Il pubblico non s’incazza. Il pubblico non protesta mica. O no?
Magari no, dai. Magari qualcuno si fa sentire. Magari se predispongo un apposito form… eh?
Quanto scriverete verrà spedito alle persone che hanno deciso di cancellare “Quarantadue”. Nell’esprimere la vostra opinione in proposito siate fermi e decisi, se volete, ma sempre cortesi e formalmente ineccepibili. Mi raccomando.
Servirà? Non lo so. Però provarci non costa niente. Alla peggio, non succederà nulla. E amen.
P.S.: La piccola equazione in fondo è solo un captcha. Non vi farete spaventare da così poco, vero?
Secondo la definizione (tecnicamente eccellente) data da en.Wikipedia (traduzione mia),
Organismi che appartengono a differenti sottospecie della stessa specie sono capaci di riprodursi tra loro producendo progenie fertile, ma spesso non si riproducono in natura per via di isolamento geografico o di altri fattori. Le differenze tra sottospecie sono di solito meno distinte delle differenze tra specie, ma più marcate delle differenze tra stirpi o razze. Le caratteristiche attribuite alle sottospecie di solito si sono evolute in conseguenza della distribuzione geografica o dell’isolamento.
Il concetto di razza in realtà sfuma abbastanza in quello di sottospecie, ma di solito viene applicato ai prodotti della selezione artificiale delle specie domesticate (ad esempio le razze canine o feline), mentre si parla di “sottospecie” per gli animali selvatici e di “varietà” per le piante. Indicazioni di sfumature di biodiversità, insomma, che spesso geneticamente rappresentano la fissazione di alcuni alleli particolari dovuti a distanza, deriva genetica, isolamento e selezione naturale. L’isolamento in realtà non è sempre necessario, a volte le sottospecie sfumano le une nelle altre per pura distanza geografica, come accade ad esempio per le cinque sottospecie di scoiattolo grigio negli Stati Uniti.
Rispetto a tutte le altre stupidaggini paranormali, l’astrologia ha questo di bello: è facile da mettere alla prova. Mentre il sensitivo può sempre inventarsi la scusa che tu, sperimentatore scettico, emetti energie negative capaci di inibire i suoi poteri, l’astrologo non ha giustificazioni: sempre e ovunque e con qualsiasi protocollo sperimentale, se ci azzecca, ci azzecca, altrimenti no. E’ tutto molto semplice: tu gli dai la data e l’ora di nascita e lui produce una descrizione della tua personalità e/o del tuo futuro. Poi quella descrizione coincide oppure no. Fine. Non si scappa. Non solo: lo stesso esperimento può essere riprodotto a piacere su un campione anche ampio per verificare se, pur fallendo in qualche caso individuale, l’astrologia ha successo almeno a livello statistico. E la statistica, si sa, è una scienza esatta. Quindi, come direbbe Karl Popper, l’astrologia è falsificabile.
Noi degli Anni Ottanta: passato, presente e futuro
di Giulia Lucconi
Sono nata a metà degli Anni Ottanta. Dopo solo qualche mese successe il disastro nucleare di Chernobyl. L’Italia votò contro il nucleare, ma non sembra che qualcuno oggi se ne ricordi. Tutto quello che so io di quegli anni è il look impressionante: capelli super cotonati, spalline mega ai vestiti, body attillati in tutti i video musicali.
In un mondo ideale, nessuno. Nel mondo reale, invece… a volte… insomma…
di Marco Cagnotti
Mi dispiace per Emilio Fede. Sinceramente, davvero. Mi dispiace che sia stato menato in un ristorante. Non c’entra la politica, pare. Dovrebbe essere, si dice, ancora una vecchia storia di veline, calciatori e tutta la simpatica fauna che prospera in quell’ambiente lì. Tanto per cambiare. E non si capisce come le “lesioni gravissime” gli consentano di condurre il TG4 l’indomani, visto che di solito si parla di “lesioni gravissime” quando si è in fin di vita all’ospedale. Ma, ovvio, è solo meglio così. E comunque mi dispiace che Emilio Fede sia stato menato. Sul serio.
Una “M” gialla dai contorni arrotondati spicca sullo sfondo di un quadrato rosso. Ma certo, si riconosce subito: c’è un Mc Donald’s qui vicino. Ne approfitto per pranzare. Quel tenero hamburger adagiato tra una foglia d’insalata e l’altra, il formaggio cheddar appena fuso sopra, il pomodoro, la maionese e un po’ di cipolla: il tutto racchiuso da due morbide fette di pane e accompagnato da croccanti patatine fritte. Agguanto il panino e mi appresto ad addentarlo. Gnam! Chomp, chomp, chomp: “Buooono!”. Mi sento come Homer Simpson quando mangia le ciambelle: felice ed estasiata. Il motto di questa catena di ristoranti è proprio azzeccato: “I’m lovin’it” (ovvero: mi piace).
Sentita la risposta della Valentina, il sergente Franconi prese una decisione eroica: sarebbe andato a ispezionare l’appuntato Braggi Virginio, che quel giorno doveva fare da staffetta al grande capo Ludovico “Pedra” Pedretti, in missione a Melide per partecipare a un programma della televisione locale. L’appuntato Braggi era convallerano del Pedra, oltre che dello stesso suo colore politico, e così veniva spesso scelto per operazioni impegnative come quella che l’aspettava quel 15 gennaio. La registrazione della trasmissione era prevista per le 19.00 e quindi il Braggi aveva a disposizione tutto il tempo che voleva per tirare a lucido la moto. Non tutta, però: un filino di fango secco sulla parte bassa del parafango posteriore l’avrebbe lasciato, così da poterlo togliere appena il Pedra fosse giunto a distanza ravvicinata. Il sergente Franconi arrivò nel garage della residenza governativa scalando le marce e frenando a scivolo semicircolare con bella eleganza. Il rumore caratteristico allertò l’appuntato che, vispo com’era, si precipitò con la strazza sul parafango posteriore. Dopo aver dato una approfondita occhiata alla moto dello staffettista, il sergente rivolse un largo sorriso al suo subalterno: “Bravo, Virginio, è così che si lavora! Ti farò giù un bel rapportino positivo, e farò in modo che lo veda anche il Pedra”. Non era tutta bontà d’animo, la sua: mostrare che sapeva ben motivare i subalterni sarebbe tornato anche a suo vantaggio, vedi bonus.
Nei paraggi di Lodi, Ciro Gobbin guardò con attenzione verso nord, dove sembrava che si stessero addensando nubi piuttosto scure. “No, per la miseria, dovrò mica montare le catene. Da Biasca in su bastano 2 centimetri di neve e sei fregato. Vedrò a Bellinzona che cosa conviene”, si disse. Poi, a scanso di noie, incrociò le dita e si toccò le parti intime. Non che fosse superstizioso, ma aveva letto che gli scongiuri funzionano anche per chi non ci crede. Mettere le catene a un TIR è un lavoraccio anche se lo fai in garage: su una strada innevata, con le mani gelate, è una vera maledizione di Dio.
Ogni riferimento a persone e cose realmente esistenti o a fatti realmente verificatisi è puramente casuale e assolutamente non intenzionale
Erano le 4 di mattina del 15 gennaio quando Ciro Gobbin salì sul suo TIR ad Ancona per portare 40 tonnellate di pesce a Reims. Il percorso gli era ben noto: SS16 fino ad Aspio Terme, A14 fino a Bologna, circonvallazione, A1 fino a Milano, tangenziale Ovest, pochi chilometri sulla A8, poi la A9 fino a Chiasso (“Speriamo che non siano troppo svizzeri”), la A2 attraverso la Svizzera, poi i nomi-numeri delle strade si accavallano, ma insomma Basilea – Mulhouse – Colmar – Strasbourg – Saarbrücken – Metz e finalmente Reims. Una passeggiata di 1261 chilometri, da percorrere, se tutto va come deve andare, in una quindicina di ore, senza contare le soste.
Dai, son solo 5-minuti-5. Garantito: non uno di più. Anzi, se hai le idee chiare e quindi sei veloce, perfino un paio di meno. E’ il progetto 2Ways: serve per capire come i cittadini europei percepiscono la scienza, la sua importanza, il suo impatto sulla società. E ti chiede solo di rispondere a una manciata di domande. Per noi, ci sono un sondaggio italiano e un sondaggio svizzero: scegli quello che ti riguarda e di’ la tua.
“Per me l’esistenza di Dio non è un problema. Per me è un’esperienza”: ascolto questa clarissa che mi sorride al di là della grata, in un monastero francescano fra le colline umbre. La conosco da anni, ma ancora riesce a stupirmi. Non per ciò che dice, ma per il modo in cui lo dice: sereno, tranquillo. E un po’ la invidio. Solo un po’. E mi chiedo che cosa ci faccio qui.
Così la mia memoria corre verso quella mattina di giugno del 1982, quella lunga passeggiata con un amico, quella discussione sui massimi sistemi: la prima volta in cui dissi con chiarezza, a un’altra persona ma soprattutto a me stesso, “Dio non esiste”. Certo non sono diventato ateo quel giorno, perché era una convinzione che stava maturando dentro di me da tempo. E di sicuro non le era estranea la morte per tumore del più caro dei miei amici, pochi mesi prima. Tuttavia fu in quel giorno di inizio estate che per la prima volta ebbi il coraggio di fare il mio outing: “Io sono ateo”. I miei argomenti erano sia razionali sia emotivi.
E’ stupefacente come i giornalisti siano superficiali e capaci di andare in brodo di giuggiole per delle solenni cretinate. Per esempio, basta che qualche gingillo tecnologico assomigli anche solo vagamente a qualcos’altro già visto in un film di fantascienza, e subito loro son lì a gridare trionfanti: “Ci siamo! Il futuro è arrivato!”. L’ultima pensata è l’interfaccia manuale, presentata in un articolo di OggiScienza. E’ simile a quella vista in Minority Report: tu stai lì e agiti le mani mentre il computer riconosce i tuoi gesti e sposta gli oggetti in un ambiente virtuale. Anzi, l’interfaccia di Georg Hackenberg, del Fraunhofer Institute for Applied Information Technology, è pure meglio di quella del film: niente guanti e l’ambiente è tridimensionale. Wow!
Avvertenza: Sì, è una provocazione. Prendetela come tale.
La guardo e non capisco. Mi sento impotente: vorrei aprire quella testa e frugare per capire, per imporre un po’ d’ordine. Ma lei mi osserva, impassibile. O m’insulta, magari. Oppure fa le fusa. Comunque sempre mi sfugge.
Devi crescere. Devi aumentare il fatturato. Devi attirare più turisti. Devi vendere più prodotti. Quest’anno devi guadagnare più dell’anno scorso, e l’anno prossimo più di questo.
Oracolo sull’Idumea.
Mi gridano da Seir:
“Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?”.
La sentinella risponde:
“Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!”.
(Isaia 21, 11-12)
Terra di santi, navigatori e poeti. Di recente terra anche di calciatori e veline: le carriere più gettonate fra i giovani, pare.
Intanto, mentre nella Penisola felice succedono queste cose, il resto del mondo va avanti. E loro lì, a parlare di calcio e di gossip. Gente astuta, davvero.
L’evoluzione è ben nota: dalla semplice passione intellettuale fino alle scoperte scientifiche. Quanti astrofili hanno seguito questo percorso? E quanti si sono fermati a metà strada? Io sono uno di questi.
Sì, la collaborazione con Quarantadue è aperta a tutti. Ma bisogna seguire alcune linee guida
di Marco Cagnotti
“Sempre le solite firme! C’è spazio anche per altri?”. La risposta è sì, certo: Quarantadue è aperto alla collaborazione di chiunque. Bisogna però seguire alcune direttive per semplificare il lavoro della redazione: sono le nostre linee guida.
Come un’equazione famosa trova insospettate applicazioni
di Amedeo Balbi
Cinquant’anni fa, l’8 aprile del 1960, un astronomo del National Radio Astronomy Observatory in West Virginia puntò un radiotelescopio di 26 metri verso un paio di stelle tra le più vicine al Sole, Tau Ceti e Epsilon Eridani. L’astronomo si chiamava Frank Drake, e quello che stava cercando di captare erano eventuali segnali radio trasmessi da civiltà extraterrestri tecnologicamente avanzate. Il tentativo durò 4 mesi, per un totale di circa 150 ore di osservazioni utili. È superfluo dire che Drake non trovò un bel niente, altrimenti oggi sarebbe uno degli uomini più famosi della storia dell’umanità e noi passeremmo il tempo su un social network galattico a leggere i messaggi di stato di esseri blu con quattro dita. Comunque, quello era un periodo di grande ottimismo (gli anni ’60, voglio dire), in cui lo spazio, gli omini verdi e le tute di spandex spopolavano sugli schermi, e gli scienziati pensavano che in capo a pochi decenni avremmo avuto le prove che l’umanità non era l’unica specie cosciente a combinare guai nell’universo. Per un po’, ci fu tutta una gara a puntare radiotelescopi verso lo spazio sperando di sintonizzarsi su una tv aliena. Il cosiddetto progetto SETI andò avanti a fasi alterne fino a quando qualcuno decise che erano soldi buttati e la cosa si trasformò in un’impresa finanziata privatamente; ma questa è un’altra storia.